Il cortile circoscritto per meta’ da un porticato strabordava oltre gli stretti confini spaziali fino ad avvolgere tutti gli altri edifici di mattoni rossi o tinte gialline e la basilica con la madonna in punta, immaginaria candelina su una torta di marmo.
Il cortile. Il motore immobile di quei luoghi, laddove la vita assumeva un significato gioioso, o almeno un po’ meglio rispetto al resto.
Le altre costruzioni assomigliavano ad un sobrio college inglese, ma piu’ povero, negli arredi, nella fantasia architettonica.
Il complesso costituiva per noi una sorta di fortezza, di castello, spaventevole nel suo insieme, ma non perfetto, piuttosto un progetto articolato, ma tracciato su un foglio poi accartocciato, pregno quindi di mille pieghe e spigolature.
Per noi giovani dimoranti presso il convitto di quel bastione gran parte della giornata trascorreva tesa alla ricerca di grotte e anfratti nelle quali celarsi e sopravvivere. Due volte alla settimana si poteva legittimamente uscire dalla classe durante le lezioni, a turno, in coppie. Il martedi’ e il venerdi’, dalle 15 alle 15 e 20. Era tradizione che gli allievi della seconda media si prendessero cura di una nicchia nella quale dimorava la statua di un santo adolescente, morto per l’appunto a dodici anni. Si trattava piu’ che altro di cambiare l’acqua ai fiori, aggiungerne, spolverare, nettare. Operazioni di poco conto, che invero potevano anche non essere svolte e nessuno se ne sarebbe accorto. Vi era molto poco da fare, ad eccezione dei rametti secchi, e delle sporadiche tracce di sparuti turisti, capitati in quei luoghi persuasi da chissa’ quale guida alle mete di pellegrinaggio.
Quelle visite credo avessero il senso per i nostri educatori di abituarci a dialogare con morti di rilevante interesse cattolico, ad abituarci a considerarli una presenza, un esempio. Di farceli amici insomma. Infatti l’allegra congrega aveva anche un nome, sebbene includesse la classe per intero: a.d.s, amici domenico savio. Su chi fosse costui, lascerei al libero approfondimento del lettore curioso.
Quei venti minuti assumevano nell’economia delle ore passate nel castello, un’importanza cruciale per molti di noi. In quei mille e duecento secondi per due volte alla settimana distribuiti su sedici dodicenni maschi, divisi in coppie, trovavano posto una variageta serie di attivita’: un’immaginaria fune di lenzuoli legati assieme su una delle finestre lungo la strada.
Vi era chi approcciava le prime sigarette prese ai genitori, rintanato in qualche anfratto sul placido cortile interno. Chi ascoltava i venom o gli impaled nazarene su terrazzini ciechi sorseggiando una pessima birra in lattina e se ne tornava in classe un po’ sbronzo. C’era anche chi veramente puliva, cambiava i fiori e passava il resto del tempo in preghiera inginocchiato davanti all’effige. Ed erano i piu’ perversi e preoccupantii di tutti, credo, forse anche per i nostri stessi educatori.
Nessuno pero’ in tutta la classe credo potesse dirsi estraneo da qualche forma, piu’ o meno strutturata o fantasiosa, di autoerotismo.
Perfino i devoti dell’inginocchiatoio, sono sicuro si strusciassero sull’ asse mezzana e venissero nei pantaloni sull’ultimo amen.
Cosi’ e’ avere dodici anni, credo.
Per quanto mi riguarda amavo moltissimo un bagnetto sullo stesso piano della statua del nostro giovanotto ottocentesco prematuramente scomparso. Aveva forma triangolare, si situava nel lato est degli edifici affacciati sul cortile, visibile da una piccola feritoia riadattata a finestra.
Non era in verita’ l’unico a preferire quel piccolo avamposto di intima liberta’ all’interno della fortezza. Tanto che spesso toccava fare a turno o dedicarsi ad altre attivita’.
Mi piaceva quel piccolo gabinetto perche’ era poco utilizzato, sempre pulito e con la carta igienica nuova. Sono ancora segretamente convinto che fosse conservato cosi’ appositamente, come un piccolo tempio, da una misteriosa congregazione interna di allievi ed ex allievi, che come me l’amavano e l’avevano amato.
Il rotolo di carta era un accessorio importante in verita’, poiche’ la mia tecnica masturbatoria verteva per l’appunto su quel soffice rotolo, sul quale strofinarsi supini al suolo o in piedi appoggiandolo al muro, spingendo il pene contro, muovendo le anche avanti indietro, sinistra destra e via cosi’. Con una mano stringevo i glutei e gli afferravo forte, strigevo, e il dito medio sfiorava i testicoli e la zona tra quelli e l’ano, fino ad infilarcisi un poco dentro. la mano spingeva.
Ai tempi identificavo la maggior parte di tutto questo con “grattarsi”, in riferimento a quando mia nonna intorno ai 6 anni inizio’ ad apostrofarmi: “non ti grattare”, quando nei pomeriggi uggiosi iniziavo a strusciarmi sulle poltrone.
Alla tecnica esibita del bagnetto ero pervenuto pero’ intorno ai dieci anni su consigli pratici di una mia cugina di undici. Ho un ricordo preciso legato a lei di un pomeriggio in ore troppo calde per uscire e con genitori in cerca di un po’ di pace.
Eravamo stati allettati per una pennichella pomeridiana.
Devo premettere che non credo che mia cugina ed io fossimo nuovi a queste attivita’, perche’ la cosa risulto’ piuttosto naturale, anche se non ho ricordi precedenti in merito.
In ogni caso io stavo a pancia sotto sdraiato su un cuscino e lei prese a strusciarsi su di me. Sopra di me. Non e’ che ci baciassimo o scambiassimo carezze ecco, solo approfittavamo un po’ incuriosti della presenza dell’altro per fare qualcosa che avremmo fatto anche da soli. Senza troppe varianti immagino. Lei volteggiava agile sul mio fondo schiena, fino a quando, credo per accarezzare piu’ decisa il proprio clitoride, infilo le mani sotto di me, all’altezza del pube, inarcando un poco la schiena all’indietro e stringendomi forte a se’, contro il suo bacino.
Di li’ a poco fui assalito da un gran caldo.
Il giorno dopo riprovammo a pancia sopra, con risultati del tutto simili. La cosa non passo’ inosservata temo, perche’ pur senza fare drammi, non fummo piu’ lasciati incustoditi e l’affinamento di queste teniche divenne piu’ macchinoso e passo’ ad una fase verbale, fino all’allora stato dell’arte del bagnetto.
Queste attviita’ sarebbero proseguite con la regolarita’ di una pendola caricata a mano, se non fosse stato per un episodio a ripensarci ora molto buffo, ma che in quei giorni si rivelo’ un incubo.
Doveva accadere, e forse e’ accaduto a tutti noi, che un giorno il meccanismo dei turni al bagnetto dovesse essere messo in crisi. I tuoni, il temporale urlavano come degli ossessi che il migliore dei posti possibili, l’unico per i nostri venti minuti di liberta’ era il gabinetto d’angolo. Ne’ il mio socio, ne’ io avremmo accettato qualcosa di diverso. Potevamo chiuderla a testa o croce a morra cinese o cose cosi’. Ma venne piu’ naturale “Va beh andiamo assieme”. Non lo ricordo con imbarazzo in verita’, e in prima battuta in effetti ognuno si fece gli affari propri per davvero, anche se la curiosita’ di guardare l’altro era forte. Ricordo anche lasciammo aperta completamente la finestra, un po’ per sentire l’aria fredda lambirci, un po’ forse perche’ era piu’ eccitante, non so. In realta’ fuori c’era un tempo da cojoti e nessuno avrebbe fatto caso alla piccola finestra del bagnetto. Tutto procedette con una certa ritualita’, pure troppa, fino a quando, forse per rompere la monotonia o non so il perche’, me ne uscii con “Scusa ma vuoi fare una cosa che ho visto fare una volta alla mia mamma e al mio papa’ ?”. Luigi mi guardo curioso senza interrompere le proprie attivita’: “ma io non sono mica la tua mamma.”. “No va beh che c’entra, la mamma la volevo fare io comunque” “Ah dai allora ok, proviamo”. Mi accovacciai quindi di fronte a lui e con decisione mi infilai il suo pene in bocca. Cosa feci non so, credo nulla, e lui parve un po’ interdetto, a me invece piacque abbastanza mi sembra. Pero’ non ebbi molto tempo di elaborare, perche’ tutto intorno a noi inizio a tremare e il pavimento sussulto’. Duro’ meno di un minuto e io cascai sul povero luigi e poi lui su di me e in questo andirivieni credo lo morsi dove non dovevo e lui si mise a piangere e rimanemmo in terra un po’ incastrati l’uno nei pantaloni dell’altro. Una voce proruppe con decisione da oltre la porta “Stai bene la dentro ? C’e’ il terremoto, ho sentito piangere, togliti dalla porta, che entro, dobbiamo andare tutti in cortile” e cosi’ dicendo spinse forte sulla porta che si apri’ senza fare resistenza. Non l’avevamo
chiusa, non ci avremmo mai pensato.
Il prete rimase interdetto dalla scena, si rabbuio’ un poco, non disse nulla, solo ci fece cenno di uscire in fretta, con l’aria di chi intendeva “poi facciamo i conti”.
Nella settimana successiva mi si spiego’ che se continuavo cosi’ sarei finito come gli abitanti di due citta’ che il Signore gia’ ai tempi della bibbia aveva dovuto spazzare via, perche’ facevano troppo sudicio. Che Luigi gli aveva raccontato cosa stavamo facendo, e che i miei genitori dovevano spedirmi alle colonie e agli esercizi spirituali dai gesuiti per mondarmi l’anima, ora cloaca massima, perche’ quegli atti non sono cosa buona, ma degenerazione maligna di gesti in parte legittimi, ma solo se benedetti dal sacramento del matrimonio e diretti alla procreazione. E che comunque ora dovevo lavorare su altro, e rendermi disponibile ad un eventuale chiamata dello spirito santo, che non si puo’ mai dire quale destinazione avesse il Signore per i miei talenti.
Quindi in attesa di un’eventuale precettazione o collocazione in coppia unita nella Chiesa, avrei dovuto resistere alle tentazioni, cosi’ come domenico savio prima di me: la morte ma non il peccato. In ultimo: l’esempio piu’ lampante di come certe strade conducano a determinati risultati e’ stato il terremoto dell’altro giorno. Il Signore e’ dovuto intervenire, perche’ gli stavamo dando un dispiacere troppo grosso, noi e tanti altri che peccavano in qualche modo in quel momento, e ha voluto darci un segno, della sua presenza, del suo amore. Qualcosa che potessimo intendere nei nostri limiti umani, il Signore non e’ infatti una sorta di elefante in un negozio di cristalli, Lui sarebbe ineffabile come una libellula sulla superficie di uno stagno immoto, ma nella nostra limitatezza noi non ci accorgeremmo di lui. Sarei dovuto andare a ringraziarlo in basilica non appena ne avessi avuto occasione, perche’ grazie al terremoto, don Teresio ci aveva trovati e ora era possibile riprendere il cammino di salvezza delle nostre anime. Ma prima confessione, perche’ non si entra in casa di Dio con le scarpe sporche di mota.
Per intanto fui esentato dalle visite al santo, che ero indegno ora. magari tra un po’.
“Vedremo poi cosa il Signore ha in serbo per te”.
Trascorsero alcune settimane. Un lunedi’, terminato il dopo scuola decisi che dovevo sistemare questa situazione in maniera definitiva. Per questo mi recai in basilica. Entrai da una delle porte laterali, sopra la piccola cripta nella quale si vociferava si tenessero saltuariamente gli esorcismi, di fianco alla canonica, dietro all’altare centrale. Attraversai tutta la navata principale per giungere presso la teca nella quale dimorava la salma del padre fondatore. in perfetto stile padre pio, solo un poco piu’ credibile e accreditato nel panorama dei morti cattolici, abbastanza da divenir santo. Chi meglio di lui per mettere a posto le cose.
Il corpo giaceva deposto su di un altare, da un lato visibile a tutti e dall’altro affacciato su di un anfratto sovrastato da una piccola volta, in una dimensione piu’ intima.
Scelsi la seconda. Il corpo sembrava una statua di ceramica. Mi tolsi le scarpe per la questione della mota di cui sopra. Lo fissai per un po’, poi chiusi gli occhi e pensai fortissimamente a mia cugina, al povero luigi, alla professoressa di matematica quando fa dondolare la scarpa sotto la scrivania e ai collant che le avvolgono il piede, che non so perche’ ma mi piaceva tanto. E a cos’altro non so, ma evocai tutto l’immaginario erotico che avevo accumulato nei miei dodici anni e feci quello che andava fatto, con metodo e trasporto emotivo. Questa volta il dito affondo’ piu’ deciso dentro di me e tutto fini’ piuttosto rapidamente con un certo impeto.
Lasciai il residuo delle mie attivita’ con una certa soddisfazione li’ in terra e me ne andai, attendendo le conseguenze del gesto. Seduto sulla scalinata esterna aspettavo un tremore, un boato, un segno della collera divina, che scuotesse la basilica e ne abbattesse le colonne, come quel tipo della bibbia che si era arrabbiato perche’ la notte gli avevano tagliato i capelli. E gia’ pregustavo il calcio in faccia alla madonna, quando con pindarico moto sarebbe crollata proprio davanti ai miei piedi. Ero li’, se mi voleva colpire, doveva sparare in mezzo ai suoi.
Ma non accadde nulla.
“I preti mentono, ecco la verita'”
Don Teresio amava trascorrere qualche decina di minuti passeggiando tra panche e inginocchiatoi prima di entrare in confessionale. Controllare il banchino dei santini e degli opuscoletti per vedere se vi fosse qualche fresca novita’. Il rifornimento di ceri, i cuscini per le persone anziane. Era piacevole constatare quanto tutto apparisse cosi’ ben ordinato, e placidamente immoto.
Sarebbe stato un lunedi’ pomeriggio benedetto dal signore se non fosse stato per quello scivolone vicino alla teca del padre fondatore sotto l’arco dell’altare su la salma poggia, il conseguente ricovero all’ospedale, il femore rotto, l’incedere claudicante e il bastone per tutto il resto della vita.
“Maldetta sia la perpetua, e la sua fissazione di passare la cera”