Zucchero e limone

(Tina Modotti fotografata da Edward Weston)

Non sai che cosa ti sia successo o meglio sai che l’invecchiamento avanza, che non dovrebbe essere brutto, che tutte noi invecchiamo se non moriamo giovani e che tutto sommato è anche bello crescere, cambiare e scoprire nuovi lati di sé.

Sarebbe bello se fossimo coerenti, se quello che mi dico da un lato con grande razionalità non incontrasse lo sguardo critico quando mi guardo e divento grigia (mi spegnerò?), un giorno è un ciuffo di capelli, un giorno la fica sembra brizzolata e un altro ecco lì che arriva, molesto, un pelo bianco sul sopracciglio.

Non ti è mai andato di provarci e non hai mai voluto rinunciare al tuo non essere bambina al tuo essere cresciuta con il suo portato ormonale anche sul monte di Venere, con quei riccioli con cui giocherellare da sola o in compagnia. Ora però non ti ci ritrovi nel tuo imbigirti sempre di più – quando a 27 anni ti sei accorta del primo pelo bianco il tuo ragazzo ti disse che già lo conosceva e ci rimanesti male, era una scoperta per te perché lui non ti aveva detto niente? – e passata di rasoio dopo l’altra scopri le labbra e le esponi e sono morbide e tutto sommato perché non provare qualcosa di più, qualcosa di più duraturo, perché non fare che qualcun’altra si prenda cura di te.

E allora eccoti, di fronte a lei che con zucchero e limone ti tortura e ti ripulisce e forse anche troppo per i tuoi gusti, ti rende morbida, gambe aperte di fronte al suo sguardo e alla sua mano esperta e c’è qualcosa di eccitante in questo sentirsi male, in questo scoprire anche come si è fatte perché non lo sapevi mica come eri fatta là e quanto saresti stata morbida e come sarebbe stato camminare e le mutande che strusciano e i pantaloni che strusciano e avere quasi voglia di toccarsi in ogni momento, avere voglia di una lingua di una mano, di essere guardata.

Nonostante l’età che ormai avanza pure per te è la prima volta che ti vedi così e ti senti quasi nelle prime scene di un film porno (di quelli con un po’ di trama), mentre ti muovi in palestra nuda ti senti più nuda e ti senti esposta, ma ti senti anche così soffice che non ti dispiace. Nessuna ti guarderà, mentre invece il tuo uomo ti vuole di più e la te femminista si incazza perché è chiaramente questo volere donne più giovani ma direi anche bambine prepubertà e però al tempo stesso ritorni nel film porno e anche la penetrazione ti sembra nuova come la tua fica. La tua fica che è invecchiata bene e ha una bella faccia, nonostante tutto.

Una storia dal fondo del mare

Quella sera era ubriaca e felice. Ballava goffamente sulle note di qualche canzone anni ’80 in un posto ormai dimenticato dalla storia. Un posto bello, caldo, accogliente, fumoso, scuro, fluido, in cui identità e storie si intrecciavano, si baciavano, si costruivano una narrazione. Tra glitter e boa piumati Cassandra girava, girava, come la sua testa dopo troppi gin tonic troppo carichi, ma felice.

Quando uscì lui era sull’uscio, bello, asciutto e morbido al tempo stesso, sorrideva, lei non si trattenne e lo baciò e lui parve ricambiare contento, bofonchiando al tempo stesso di relazioni che portava avanti da tempo, di “un’amica”, di cui Cassandra ascoltò il giusto, ovvero nulla, ovvero quello che il suo cervello al gin capiva, capiva solo che l’aveva ricambiata, ma che avrebbe voltato l’angolo, lei avrebbe continuato a ballare e non si sarebbero visti più. O meglio, si sarebbero rivisti, ma senza baci, senza carezze. In fondo, erano amici da tempo loro due.

E lui se ne andò, lei ricominciò a ballare e poi le amiche la portarono in un bar a prendere un’ultima cosa. E lui era lì e alla fine la ribaciò, lei non ci pensò due volte, le amiche ridevano, andò da lui, che poi era andare a casa di un amico di lui, perché lui una casa non l’aveva, aveva questa stanza qui.

Cassandra si diede una sistemata, si lavò i denti, rientrò in stanza nuda e sempre più felice. Era tanto che non veniva desiderata, era tanto che non desiderava. Il suo corpo si era spento in una relazione anche bella con una persona con cui il sesso non era sicuramente al primo posto. Ora sentiva l’urgenza di unirsi al corpo di lui, un corpo liscio sotto le sue carezze, teso nel guardarla. Lo baciò dappertutto, e arrivò a baciarlo tra le gambe con una fame che non conosceva da un sacco di tempo. Lui apprezzò e la fermò per entrarle tra le cosce, muoversi dentro di lei esplorarla. Dopo essere venuto si fermarono un poco, lei continuava a stuzzicarlo a carezzarlo a volerlo, lui le rientrò dentro di nuovo, mentre lei muoveva le anche come non si ricordava di saper fare. Si addormentarono poco dopo, ma lei fu svegliata dalle musiche domenicali dei vicini sudamericani, la cumbia riecheggiava nella stanza e nel suo cervello e quando arrivò alla fica non ce la fece più e decise di fare colazione partendo dal suo membro, che comunque fu presto contento di trovarsi tra le sue labbra. Fu una mattina dolce, intensa, piena di sorrisi. Sapevano entrambi che non sarebbe successo mai più: vivevano lontano, c’era “un’amica” di mezzo e un milione di altre paranoie. Ma andarono a prendere un caffè insieme e fu comunque tenero.

Cassandra lo salutò con la speranza che sarebbe riaccaduto, ma non fu così. Di lui non sappiamo cosa abbia pensato, se si sia sentito in colpa o no. Sappiamo che quando si reincontrano, comunque, una certa malizia, uno sguardo, li riporta al posto in cui si incontrarono quella volta, un posto dimenticato dagli uomini e dalle donne, perché si trova sul fondo del mare, come molti altri tesori.

Ode breve alla mano

La mano, la mia mano. La mia mano che mi sfiora è potente e potenza, è infinita, è Dea.

Mi sveglio pigramente, sempre troppo presto, e ancora penso a quest’estate calda e alle occasioni di unirmi a corpi altrui rifiutate, a chi mi vuole da tempo e a chi mi vuole ogni tanto, alla mia umida e calda fessura sormontata da una clitoride che si gonfia, tronfia, della fedeltà che tributo a lui, che non c’è e che mi manca.

Ma non manco io, non manca la mia mano, non manca la saliva, allora immergo due dita nella bocca, le carezzo con la lingua, mi cerco, se necessario, poi, lo rifarò per scoprire che sapore ho.

Fa caldo, caldissimo e la vicinanza tra corpi è complicata, e chi potrebbe passare da queste parti non è quello che ho scelto e mi viene in mente anche quel messaggio e lui che sono anni che mi vorrebbe, ma è capitato male, è capitato troppo tardi, ed è peccato come sarebbe peccato assecondarlo.

Immagino corpi, lingue, cazzi, e la mia fica umida che si contrae e rilascia e rilascia e contrae mentre penso a tutti penso a tutti, ma soprattutto a me, che sono sola e sono qui, e sono innamorata e la mano è tutti, la mano è mia, la mano che mi dà piacere e mi fa gemere e mi fa stare bene.

E allora sono pronta, posso alzarmi, un’altra giornata, ancora lavoro, vorrei smettere ma la vacanza è lontanta, la disoccupazione forse meno, i pensieri si affollano, si arrotolano su un orgasmo che è stato bello è stato mio è stato Dio.

 

Manca sempre qualcosa

Fa un freddo cane, ma mi piace l’effetto che fa sul suo seno e quei capezzoli che li staccherei a mozzichi. Sta cucinando anche oggi, forse è triste. L’abbraccio dolcemente da dietro, mentre rimesta. Le sfioro la coscia, finché non le dò troppo fastidio, le levo la concentrazione, e allora mi allontana con una mano. Le piace portare a termine le cose che fa, e ogni tanto è da impazzire. Mai una cosa lasciata a metà, nella vita, oltre che in cucina.

E poi è da impazzire quando le cose non le lascia incompiute a letto. Pregusto quel momento, come il momento in cui assaggerò la crema pasticcera che sta preparando. Quando sentirò sotto la mia lingua contrarsi le pareti della sua vagina, con la clitoride un po’ scoperta sotto il labbro, i baffi miei a contatto con il suo pelo pubico, le dita a uncino su quello che chiamano punto g, tirandolo a me, tirandola a me.

Ma c’è da aspettare, e lei rimesta e assaggia e dice che manca sempre qualcosa, anche se non capisce cosa.

E io la sogno nuda, la sogno tra le coperte, mentre le pizzico i capezzoli, affondo tra i seni generosi, le bacio la pancia e poi risalgo e tutto è morbido e accogliente e bello, tanto che sono un po’ bambino, di nuovo mi aggrappo alle sue cosce e cerco morbidezze che mi facciano affondare i denti nella sua carne.

E lei piange, e io vado ad asciugarle le lacrime, e gliele leccherei via per farla stare meglio.

Quando ha finito la sua crema, la mette nelle ciotole e ci versiamo un dito di vino. Brindiamo e dopo il primo sorso ci spostiamo in camera da letto, con al seguito le nostre ciotole. Io ne prendo un po’ sulle dita e poi gliele metto in bocca, lei mi succhia fino alle unghie, come se fosse il cazzo. E il mio si fa duro. Poi dice “manca sempre qualcosa” e io comincio a spazientirmi, e anche il cazzo è della stessa opinione. E lei si avvicina, mi sbottona e mi guarda con i suoi occhi tristi. E i miei sono neri e intensi, e i suoi sono azzurri e grandi e liquidi. E mentre mi apre la cintura mi bacia piano, con tutta la lingua, e mi piace questa sua penetrazione nel mio corpo, per una volta accogliente.

Lei piange ancora e mentre piange si avvicina al pube, indugiando un po’ sui fianchi, baciandomi in posti solitamente ignorati. La conosco da una vita e la frequento da altrettando. Si potrebbe dire che è la mia friend con benefits se non fosse che non è per nulla amica. Non so niente di lei, a malapena il nome e che vestiti ama e che non lascia mai nulla a metà. Ci siamo conosciuti una sera a un concerto. Eravamo soli, entrambi. Lei mi sorrise. E poi parlammo. E poi ci scambiammo i numeri. E poi uno spritz e finimmo a letto. Sempre a casa sua. Lei cucina, prima, sembra parte di un rituale. Io impaziente, dopo la prima volta in cui ero intimorito, la cerco sempre prima che finisca di cucinare. Ma lei mi lascia fare poco, appena interferisco con i suoi strumenti del mestiere mi caccia. In effetti non so nemmeno quale sia il suo mestiere, ma cucina divinamente.

Si avvicina al cazzo e lo prende in bocca. Anzi, prima di prenderlo in bocca lo annusa, mi lecca dai testicoli alla punta, indugia sul filetto con la punta della lingua finché chiudo gli occhi. Solo dopo lo prende in bocca, e comincia a succhiare, solo quando non ce la faccio più e sa che non durerà molto. E poi arriva fino in fondo, lo fa arrivare in gola, e mi guarda, i suoi occhi ancora tristi mi guardano e io scoppio. Le riempo la bocca, e lei continua a succhiare finché non è finito tutto e piano piano mi sgonfio, e mi sento come il più coglione dei palloni gonfiati. Perché ora la voglio, ma so che dovrò aspettare. Ma lei non lascia mai le cose a metà. E mentre aspetta si rimette a mangiare la crema, forse ho un saporaccio, forse vuole solo coprire il mio sperma. Invece sorride, anche se amaro, e mi dice che non sono poi così male, ma che le ho fatto venire fame. E io sorrido, e mi guardo e la guardo, mentre si mette in bocca il cucchiaino mi viene in mente qualche attimo prima, e già sento che il sangue scorre pian piano verso il cazzo.

Manca ancora qualcosa? Le chiedo. Lei risponde che mancherà sempre, ma che ogni tanto se ne scorda. Io le carezzo il fianco e mentre il mio pene si gonfia lei mi sale addosso e comincia a strusciarsi su di me. Anche lei vuole finire la sua parte e ha ragione. Lui non è convintissimo, ma pian piano riesce a entrarle dentro. Le stringo i seni, le infilo le dita in bocca mentre inizia a muoversi piano su di me, mentre io cresco in lei e allora le afferro le natiche e la muovo avanti e indietro come piace a me, come piace a lei. Le premo la pancia e sento muovermi dentro di lei, lei che urla e che finalmente viene, mentre io vengo. E’ sempre di un tempismo assoluto, che mi piacerebbe avere con tutte.

Ma manca sempre qualcosa, lo so, lo sappiamo.

Non ci amiamo, non ci vogliamo bene e non sarà mai così. Siamo luna e marea in un ritmo infinito di orgasmi e di suoi pianti, che io non ho ancora imparato ad arginare col piacere. Vorrei fondermi col suo corpo e non pensarci più.

….

Apro gli occhi, sono le cinque. La sveglia ancora è lontana da suonare. Lei era un sogno e accanto a me non c’è nessuno. Tra poco Spino verrà a chiedermi di portarlo al parco. Il letto è bagnato come quando ero adolescente. Teresa mi manca da morire.

Soundtrack: https://www.youtube.com/watch?v=XD_PKV397WQ

A modo mio

Un dito percorre la mia pelle, il mio petto, lo stomaco, l’ombelico morbido. Mi sfioro lentamente come il mio risveglio, mentre tu che devi già uscire mi guardi di sguincio. Ti sei alzato da poco e cerchi di far piano per non svegliarmi, anche se sai che tanto alla prima sveglia il mio sonno è finito fino alla prossima nottata.
Ieri sei stato dolce, carino, sensuale.
Il mio dito, le mie dita, continuano a percorrere il mio corpo seminudo, come tu lo hai lasciato.
Mi guardi come se volessi farmi di nuovo l’amore, mentre io sono ancora un po’ addormentata e mi sveglio piano mentre tu mi penetri.
Ti devi vestire, invece, e io continuo a cercarmi. So che un po’ ti piace, ti piace quando finalmente mi trovo e comincio a carezzarmi sotto le mutande, alla ricerca di ciò che ieri hai reso felice e turgido. Vorrei essere io la tua sveglia e svegliarti mordicchiandoti la pelle, cercando i capezzoli con la bocca mentre ti tocco e altre parti del tuo corpo si ingrossano e piangono. Forse ti sta succedendo anche ora, ma non riesco a vedere se i tuoi pantaloni si gonfiano, se la cinta contiene ciò che non vorresti contenere.
E io sono sola, come quando ero adolescente e la masturbazione era un esperimento quotidiano, una lotta tra me e il mio corpo e i suoi desideri e chi frequentavo e non sapeva soddisfarli. Ormai sei pronto per uscire e vieni a baciarmi sulle labbra. Io ti offro anche le dita per fartele succhiare, farti sentire il sapore di me di nuovo per portartelo sulla lingua finché non entri a lavoro, e perché le mie dita possano scivolare meglio su di me, mentre anche io un po’ ti penso, e lo faccio di traverso. Mi vengono in mente altre persone, altre mani, altri sapori, ma poi torna il tuo, prepotente, sarà perché ce l’ho ancora addosso, sarà perché ancora non hai chiuso la porta e già mi manchi.
Le mie gambe si stringono attorno alla mia mano, alle mie mani, mentre una percorre con due dita la clitoride l’altra si insinua dove tutto diventa più fluido e non capisco più la differenza tra dentro e fuori.
Quando la porta di casa sbatte e tu mi saluti sto già ansimando.
Buona giornata amore mio, torna presto stasera, penso.
Ho solo il tempo di sorridere e girarmi nel letto finché la radio non parte con la rassegna che mi ricorda che anche per me è giunto il momento di alzarmi, prepararmi, tornare a lavoro.
Ho il ventre teso e ancora voglia.

Soundtrack: https://www.youtube.com/watch?v=4E-1rkj60Z0

Sentimento Nuevo

Quanto sei lontano. Pensava Sandra. E non erano solo i chilometri che li separavano che aveva in testa. Era che ogni tanto ci pensava, pensava a quando lo avrebbe di nuovo annusato e assaporato tra le gambe e lui le avrebbe detto che era brava. E pensava che non si faceva sentire mai e che lei invece gli avrebbe detto volentieri che le mancava.

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Sogno di una notte di mezza estate

Se ne stava seduta al bar, con un chinotto di fronte e il giornale tra le mani. Giocherellava con il piercing sulla lingua passandoselo sulle labbra, mentre la testa seguiva poco le parole dell’articolo e andava al pensiero della casa. Quella notte aveva sognato un crollo, e nel risvegliarsi si era sentita addosso tutto il peso dei venti anni di mutuo che l’aspettavano. Dopo lavoro si era fermata a rinfrescarsi al bar, a riposare.

Paolo aveva appena finito con uno dei numerosi lavori con cui tirava avanti, con cui sognava la famiglia perfetta, e con cui avrebbe aperto magari tra qualche anno un bar. Si arrangiava con piccole riparazioni, ogni tanto guidava e metteva in linea uno di quei furgoni che vengono usati per le dirette video, pieni di lucine. Continue reading

La gente che la vede se ne innamora

La stanza è buia e una proiezione sul muro di fronte non illumina poi molto i corpi.
L’aria è rarefatta, i fumi si alzano, i corpi si tendono. Mille persone che respirano e si muovono all’unisono. L’aria, anche quella, sempre più tesa.

Io qui, tra tutti, tra sudori e tra occhi che seguono movimenti, prendono fiato, lo tirano fuori. E sento lo stomaco chiudersi e un sottile piacere muoversi sulla mia pelle, un piacere che è fatto di ansia, di condivisione, di sguardi. Tutto è condiviso e tutto è all’unisono.
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Sexting

Lo schermo si illumina. Illumina la stanza e il mio volto appoggiato sul cuscino.
Sorrido. Apro gli occhi. Allungo la mano.
Il cellulare è ora vicino e mi dà la buonanotte.
Lui è lontano, il letto è freddo, ma leggo sul display che mi cerca, mi vuole.

Mi riempe di parole d’amore, mi riempe di affetto. Mi parla di tutto quello che vorrei sentirmi dire.
Quanto è morbida la mia pelle. Quante volte mi passerebbe le dita sul fianco. Sento brividi dove vorrebbe accarezzarmi.

Il display si illumina e mi parla di lingua, della sua lingua.

[vorrei succhiarti il cazzo]

mi parte il dito sul touch screen. Freddo. Mica come lui che mi immagino bollente come me.

[ti aspetta. Gonfio, tronfio. Mi preme sulla zip.]
[Allora aprila, che aspetti.]

Dico io mentre con una mano scrivo e con l’altra scivolo tra le mutande.

Guardo l’ora. Ed è incredibilmente tardi. Notte fonda. Chissà perché mi scrive proprio ora.
Mi piace l’imprevedibilità del nostro rapporto.

Ci vediamo poco, e quando capita passiamo un sacco di tempo ad annusarci.
Mi porta in qualche albergo del centro e lì guardiamo il tramonto. Potrebbe sembrare persino romantico, se non ci fosse di mezzo il vile denaro, che tutto crea e tutto distrugge. E se ci fossero i baci. Ma tra noi ci sono solo tre regole:
Regola numero 1: no vuol dire no.
Regola numero 2: niente baci.
Regola numero 3: tutto quello che implica contatto fisico viene pagato. Tutto il resto sono piacevoli extra per entrambi.

Lui paga bene.

Non ho altri clienti, anche se ogni tanto ho qualche amico che mi viene a riscaldare.
Il nostro è un rapporto speciale. In qualche modo ci vogliamo anche bene.
Per questo gli scrivo che

[vorrei sentire la tua cappella scivolarmi sulla pancia e percorrermi la schiena.]
Perché è vero. Mi piace quando facciamo sesso.
E lui risponde pronto, incespicando sui tasti come ci incespico io, che con una sola mano non so scrivere e mi tocco sempre con la destra.

[anche io ti scivolerei addosso volentieri. e poi ti entrerei dentro come se non avessi mai sentito niente di meglio. mi inumidirei tutto per poi passare al buco di dietro. toccatelo per favore. toccatelo.]

Ho delle difficoltà a gestire tanti livelli con solo due mani. Non voglio interrompere la comunicazione, non voglio lasciarlo fare da solo. Voglio che quello che mi dice sia reale per farmi scopare anche a distanza. Inizio a girare intorno alla rosellina che apre la parte di me più proibita e mi immagino che sia lui a farlo e a mettermi nello stesso momento il cazzo in bocca.
Glielo scrivo. Lui mi manda una foto per farmi vedere quanto è eccitato.
Ha un bel cazzo. Dritto e circonciso.
Lo conosco da un po’ e ripenso alla prima volta che ci siamo conosciuti.

Ero da sola in un bar. Un po’ pensierosa. Bevevo un margarita guardando il Tevere. Anche quella volta c’era il tramonto. Ero in una di queste barche adibite a bar che lo costeggiano. Non male. In sottofondo un concerto blues che ragionava bene con quello che avevo in testa.

– Altro giro?
Mi chiese. Almeno due volte. Mi accorsi che mi stava parlando dopo un po’.
– Che?
– Altro giro. Ti porto un margarita.
– Perché no.
Me lo portò e iniziammo a parlare.  Ha venti anni più di me. Qualche interesse in comune coi miei e molti no, ma di piacevole compagnia.
Quando ce ne stavamo per andare si offrì di accompagnarmi a casa. Gli risposi che mamma mi aveva detto di diffidare degli sconosciuti, specie quando si ha un po’ bevuto. Concordò con mamma e mi chiamò un taxi. Mi lasciò 50 euro in mano e un biglietto da visita.
Lo chiamai.

Nella stanza si sentono gemiti, che non mi curo di trattenere, visto che sono sola in casa.
Mi lecco le dita della mano destra e sinistra. le prime finiscono nell’ano. Come mi ha chiesto lui.

[fammi sentire i tuoi gemiti, ti prego.]
[chiamami che non riesco più a risponderti]

Mi chiama.

La prima volta che ci siamo visti ci demmo appuntamento al Gianicolo.
Avevo un abito corto a fiori, abbastanza largo da addolcirmi, abbastanza sottile da lasciare le mie forme emergere.
Lui mi guardò con un desiderio che non conoscevo. Non era il desiderio d’amore che avevo visto in tanti uomini che mi avevano più o meno brevemente amata. Non era la bramosia di carne che avevano quelli nei cui occhi si leggeva che qualsiasi pezzo di carne sarebbe stato adattabile allo scopo. Voleva me. Ma non mi voleva per amore.

– Quanto vuoi?
– Eh?
– Quanto vuoi per farti toccare, leccare, penetrare?
– Ma per chi m’hai presa?
– Una bellissima donna. Ti voglio, dimmi solo quanto vuoi. Cena, albergo e preservativi sarebbero a parte.
Mi stupì la freddezza, puntualità e rapidità della richiesta. Mi sentii eccitata. Qualcuno voleva pagare per fare sesso con me. Chiesi un’offerta, me la fece. Pretesi il doppio. Me lo accordò. Era tanto. Non avevo mai visto tanti soldi tutti assieme. E a me lui piaceva anche un po’.
Mi ritrovai al primo appuntamento bagnatissima ancora prima di vederlo. Rigida. Timorosa e timorata. Nervi a fior di pelle e sorriso facile.
Mi aprì la porta della stanza d’albergo. Bellissima. Mi disse “accomodati” e mi accomodai.
Non sapevo che fare. Mi tolse il golfino e iniziò a massaggiarmi le spalle. Mi tolse il vestito e mi mise in piedi. Mi guardò un po’. Poi iniziò a leccarmela. Mi fece sdraiare sul letto e ne rimase fuori. Continuò a leccarmela, poi iniziò a penetrarmi con le dita. Ero eccitata, mi sentivo a disagio perché pensavo che avrei dovuto essere io a eccitare lui.
Poi lui si spogliò, mi mostrò il suo corpo maturo, le maniglie dell’amore e la pancia non più tesa come un tempo. Ma non mi fece schifo come avevo temuto. Mi mise a quattro zampe. E non protestai. Non guardarlo negli occhi non mi dava fastidio. Ero ancora un po’ imbarazzata.
Si mise il preservativo, poi iniziò a entrarmi dentro. Mi fece un po’ male.

– ansima ti prego ansima
– sì, sì, sì
– e ora vieni e urlamelo in faccia che vengo anche io

Lui venne stringendomi una tetta forte, mi fece un po’ male ma fu piacevole. Dopo quella volta ce ne furono altre. Ci conoscemmo meglio.
Lui, i suoi problemi con la famiglia.
Io i miei problemi sul lavoro, coi ragazzi, coi miei.

Ogni tanto iniziammo a sentirci per qualche extra. E io iniziai a venire con lui proprio da lontano, immaginandomi che il suo corpo maturo mi fosse in qualche modo vicino, sentendo il potere esercitato dal mio corpo giovane sul suo desiderio.

Ansimando, entrambi, al telefono, venimmo, in un gioioso eruttare di flutti.

E un appuntamento dopo per martedì, da un albergo vista Gianicolo.

Colonna sonora: You, sexy thing.

Il mare d’inverno

Ingredienti:
precarietà, ansia, una tipa sui trenta, il trenino Roma-Lido, il mare di Ostia, un caffè, scorci da un film di Caligari.


La linea Roma-Ostia si è aggiudicata il premio di peggior linea pendolare d’Italia, il che è un bel traguardo. Dalla Piramide Cestia al mare torbido del litorale romano ci mette però relativamente poco tempo, se tutto va bene.
Lei era seduta in disparte, col cellulare in mano e le cuffie nelle orecchie. Aveva bisogno di suoni forti e vibrazioni lungo il corpo, ma la radio passava solo musica commerciale. L’inquietudine trasmessa col battere nervoso del piede segnalava palesemente tutto quello che non andava nella sua vita. Il ragazzo che l’aveva lasciata per un’altra qualche giorno prima, il contratto della stanza scaduto, dopo che ci abitava da ormai un paio di anni, e il nuovo lavoro che le stava prosciugando affetti e socialità.

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