Zucchero e limone

(Tina Modotti fotografata da Edward Weston)

Non sai che cosa ti sia successo o meglio sai che l’invecchiamento avanza, che non dovrebbe essere brutto, che tutte noi invecchiamo se non moriamo giovani e che tutto sommato è anche bello crescere, cambiare e scoprire nuovi lati di sé.

Sarebbe bello se fossimo coerenti, se quello che mi dico da un lato con grande razionalità non incontrasse lo sguardo critico quando mi guardo e divento grigia (mi spegnerò?), un giorno è un ciuffo di capelli, un giorno la fica sembra brizzolata e un altro ecco lì che arriva, molesto, un pelo bianco sul sopracciglio.

Non ti è mai andato di provarci e non hai mai voluto rinunciare al tuo non essere bambina al tuo essere cresciuta con il suo portato ormonale anche sul monte di Venere, con quei riccioli con cui giocherellare da sola o in compagnia. Ora però non ti ci ritrovi nel tuo imbigirti sempre di più – quando a 27 anni ti sei accorta del primo pelo bianco il tuo ragazzo ti disse che già lo conosceva e ci rimanesti male, era una scoperta per te perché lui non ti aveva detto niente? – e passata di rasoio dopo l’altra scopri le labbra e le esponi e sono morbide e tutto sommato perché non provare qualcosa di più, qualcosa di più duraturo, perché non fare che qualcun’altra si prenda cura di te.

E allora eccoti, di fronte a lei che con zucchero e limone ti tortura e ti ripulisce e forse anche troppo per i tuoi gusti, ti rende morbida, gambe aperte di fronte al suo sguardo e alla sua mano esperta e c’è qualcosa di eccitante in questo sentirsi male, in questo scoprire anche come si è fatte perché non lo sapevi mica come eri fatta là e quanto saresti stata morbida e come sarebbe stato camminare e le mutande che strusciano e i pantaloni che strusciano e avere quasi voglia di toccarsi in ogni momento, avere voglia di una lingua di una mano, di essere guardata.

Nonostante l’età che ormai avanza pure per te è la prima volta che ti vedi così e ti senti quasi nelle prime scene di un film porno (di quelli con un po’ di trama), mentre ti muovi in palestra nuda ti senti più nuda e ti senti esposta, ma ti senti anche così soffice che non ti dispiace. Nessuna ti guarderà, mentre invece il tuo uomo ti vuole di più e la te femminista si incazza perché è chiaramente questo volere donne più giovani ma direi anche bambine prepubertà e però al tempo stesso ritorni nel film porno e anche la penetrazione ti sembra nuova come la tua fica. La tua fica che è invecchiata bene e ha una bella faccia, nonostante tutto.

Una storia dal fondo del mare

Quella sera era ubriaca e felice. Ballava goffamente sulle note di qualche canzone anni ’80 in un posto ormai dimenticato dalla storia. Un posto bello, caldo, accogliente, fumoso, scuro, fluido, in cui identità e storie si intrecciavano, si baciavano, si costruivano una narrazione. Tra glitter e boa piumati Cassandra girava, girava, come la sua testa dopo troppi gin tonic troppo carichi, ma felice.

Quando uscì lui era sull’uscio, bello, asciutto e morbido al tempo stesso, sorrideva, lei non si trattenne e lo baciò e lui parve ricambiare contento, bofonchiando al tempo stesso di relazioni che portava avanti da tempo, di “un’amica”, di cui Cassandra ascoltò il giusto, ovvero nulla, ovvero quello che il suo cervello al gin capiva, capiva solo che l’aveva ricambiata, ma che avrebbe voltato l’angolo, lei avrebbe continuato a ballare e non si sarebbero visti più. O meglio, si sarebbero rivisti, ma senza baci, senza carezze. In fondo, erano amici da tempo loro due.

E lui se ne andò, lei ricominciò a ballare e poi le amiche la portarono in un bar a prendere un’ultima cosa. E lui era lì e alla fine la ribaciò, lei non ci pensò due volte, le amiche ridevano, andò da lui, che poi era andare a casa di un amico di lui, perché lui una casa non l’aveva, aveva questa stanza qui.

Cassandra si diede una sistemata, si lavò i denti, rientrò in stanza nuda e sempre più felice. Era tanto che non veniva desiderata, era tanto che non desiderava. Il suo corpo si era spento in una relazione anche bella con una persona con cui il sesso non era sicuramente al primo posto. Ora sentiva l’urgenza di unirsi al corpo di lui, un corpo liscio sotto le sue carezze, teso nel guardarla. Lo baciò dappertutto, e arrivò a baciarlo tra le gambe con una fame che non conosceva da un sacco di tempo. Lui apprezzò e la fermò per entrarle tra le cosce, muoversi dentro di lei esplorarla. Dopo essere venuto si fermarono un poco, lei continuava a stuzzicarlo a carezzarlo a volerlo, lui le rientrò dentro di nuovo, mentre lei muoveva le anche come non si ricordava di saper fare. Si addormentarono poco dopo, ma lei fu svegliata dalle musiche domenicali dei vicini sudamericani, la cumbia riecheggiava nella stanza e nel suo cervello e quando arrivò alla fica non ce la fece più e decise di fare colazione partendo dal suo membro, che comunque fu presto contento di trovarsi tra le sue labbra. Fu una mattina dolce, intensa, piena di sorrisi. Sapevano entrambi che non sarebbe successo mai più: vivevano lontano, c’era “un’amica” di mezzo e un milione di altre paranoie. Ma andarono a prendere un caffè insieme e fu comunque tenero.

Cassandra lo salutò con la speranza che sarebbe riaccaduto, ma non fu così. Di lui non sappiamo cosa abbia pensato, se si sia sentito in colpa o no. Sappiamo che quando si reincontrano, comunque, una certa malizia, uno sguardo, li riporta al posto in cui si incontrarono quella volta, un posto dimenticato dagli uomini e dalle donne, perché si trova sul fondo del mare, come molti altri tesori.

Regali

Questa era una storia di Natale, ma ve la voglio raccontare anche se Natale è passato. Perché a volte i regali sono una cosa bella perché inaspettati.
Quel giorno ero tanto stanca. Stanca di vivere prima di tutto. In realtà non era solo quel giorno, mi arrotolavo da un po’ tra le coperte e la mancanza di gioia quotidiana. Il mio corpo non mi diceva nulla. La mia vita lavorativa era piena di stenti e litigi, sbottavo per qualsiasi cosa non andasse come dicevo io. Decisi che forse la soluzione poteva essere farmi un giro di giostra su un amico fidato. Ma non volevo fosse una cosa tirata a campare. Volevo fosse un regalo per entrambi.
Hai presente quando chiami qualcuno, che sai che ti dirà di sì, ti ci incontri stancamente e cerchi il massimo da una performance in cui l’unico pubblico presente non ci crede affatto? Io sì. Continue reading

Turno di mattina

Mentre preparo la postazione, poco dopo aver indossato le scomode scarpe da lavoro e i guanti, lo vedo passare che mi fa un cenno di saluto. Passa sempre. Io ricambio, con il sonno negli occhi e un mucchio di pensieri in testa. Ci ho pensato spesso a quella notte, ma era come cullarsi nella dolcezza di una scappatella che distrae dalla vita di tutti i giorni. Mio marito sempre più spesso non mi conta, torna a casa che profuma di altre donne, mi entra dentro stanco. Per lo più mi ignora. Continue reading

Turno di notte

Lei ha le labbra carnose di chi ci ha speso i soldi per assomigliare a quello che voleva essere. Io ho una barba riccia e folta che affonderei volentieri tra le sue labbra, ma quelle più in basso, quelle che sono sicuro essere lisce come quelle di una bambina. L’annuso quando passa. Lei e il suo profumo di vaniglia.
Ha i jeans stretti su gambe e natiche perfette, a vederla da dietro non dimostra i suoi 40 anni. Quando posso cerco di passare a salutarla, le suono dal muletto e il capannone in cui lavoriamo mi sembra il posto migliore in cui potrei essere. Se solo riuscissi ad averla, lo sarebbe sul serio.
Pamela tratta pesanti colli con le unghie laccate, si china e diosolosa cosa penso di lei quando lo fa.
Io continuo a spostare pedane e cerco di non pensarci, altrimenti qualcuno si potrebbe accorgere dei miei rigonfiamenti, di come premo sui pantaloni per essere liberato.

Sono mesi ormai che la penso. Lei mi sorride, magari ci sta. Ci provo, oggi ci provo.
La invito a prendersi un caffè e a farcene una sulle scale antincendio. Viene subito e io le porto il caffè, e mentre lo beviamo inizio a prepararla. L’accendo, aspiro una lunga boccata di fumo, mi entra nei polmoni, gliela passo, ormai sono così vicino, così vicino, e provo a baciarla. Si ritrae col collo e ride, come se ridesse di me e della situazione, ma io non demordo e ci riprovo. Mi bacia lei, a quel punto. Fa un altro tiro e poi si guarda intorno. Siamo all’ultimo piano, qui non c’è mai nessuno, eccetto chi viene qua a scopare nelle rare pause concesse dalla catena di montaggio. Ma siamo di turno di notte, la lavorazione è quasi finita, non dovrebbero esserci problemi. Il pantalone mi scoppia. Pamela mi passa una mano sul cazzo, e io vorrei solo scappare via, perché temo che verrò in due secondi netti.
La faccio girare con decisione e le carezzo la fica da sopra i jeans, che poi apro e abbasso. Lei sembra gradire la proposta. Chi lo avrebbe immaginato? Mi avvicino e le bacio l’orecchio, annuso ancora quel profumo alla vaniglia e le tocco il seno, sodo e turgido. Sono pronto a entrarle dentro, e lo faccio due secondi dopo, giusto il tempo di slacciarmi i pantaloni. La sua fica umida e accogliente è liscia come la immaginavo, il mio cazzo entra senza difficoltà mentre lei sta appoggiata alla balaustra delle scale. Siamo quasi appoggiati alla porta, da qui nessuno può uscire, ma da sotto potrebbero vederci e il mio cervello si eccita ancora più di quanto non lo faccia il mio cazzo. Pamela non dice niente. Non ha quasi parlato da quando l’ho invitata fuori, chissà se si aspettava la mia proposta.
Quando sto per venire esco e la sporco giusto sulla fessura del culo, blocco lo sperma con una mano e ne approfitto per metterle un dito nell’ano. Le chiedo se abbia un fazzoletto. Me lo dà e la pulisco dal mio sperma, che l’aveva aspettata tanto. Poi viene il suo momento, la rigiro di nuovo, senza toglierle quel dito da dentro. La lecco veementemente mentre muovo il pollice nella vagina e me l’avvicino forte con l’altra mano stringendole una chiappa. Mi viene addosso quasi fosse un uomo, tra liquidi e gemiti. Salgo e la ribacio. Chissà se succederà ancora.
Mentre salgo noto che la mano con la quale mi aveva tenuto la testa tutto il tempo all’anulare ha un anello.
– Pam, sei sposata?
– Si.
– Ci rivediamo?
– Vedremo.
Non mi aveva mai parlato del marito. Non che avrebbe cambiato qualcosa.
Ci ricomponiamo e torniamo a lavoro. Un’altra mezz’ora e arriverà il giorno, torneremo a casa, dormiremo, finalmente.

Ode breve alla mano

La mano, la mia mano. La mia mano che mi sfiora è potente e potenza, è infinita, è Dea.

Mi sveglio pigramente, sempre troppo presto, e ancora penso a quest’estate calda e alle occasioni di unirmi a corpi altrui rifiutate, a chi mi vuole da tempo e a chi mi vuole ogni tanto, alla mia umida e calda fessura sormontata da una clitoride che si gonfia, tronfia, della fedeltà che tributo a lui, che non c’è e che mi manca.

Ma non manco io, non manca la mia mano, non manca la saliva, allora immergo due dita nella bocca, le carezzo con la lingua, mi cerco, se necessario, poi, lo rifarò per scoprire che sapore ho.

Fa caldo, caldissimo e la vicinanza tra corpi è complicata, e chi potrebbe passare da queste parti non è quello che ho scelto e mi viene in mente anche quel messaggio e lui che sono anni che mi vorrebbe, ma è capitato male, è capitato troppo tardi, ed è peccato come sarebbe peccato assecondarlo.

Immagino corpi, lingue, cazzi, e la mia fica umida che si contrae e rilascia e rilascia e contrae mentre penso a tutti penso a tutti, ma soprattutto a me, che sono sola e sono qui, e sono innamorata e la mano è tutti, la mano è mia, la mano che mi dà piacere e mi fa gemere e mi fa stare bene.

E allora sono pronta, posso alzarmi, un’altra giornata, ancora lavoro, vorrei smettere ma la vacanza è lontanta, la disoccupazione forse meno, i pensieri si affollano, si arrotolano su un orgasmo che è stato bello è stato mio è stato Dio.

 

Fessure

“Mi piacerebbe vederla. Mi mandi una foto?”.

Ma davvero, mi dice? – Pensò lei. – Sembra serio.

Si rivide a 12 anni. A 12 anni. A scoprire il sangue, i peli, a scoprire il pube, a mettersi di fronte allo specchio. Vedere se stessa al contrario, vedere la fessura tramite cui le sarebbero entrati dentro anni dopo. E al contrario quelle labbra, così diverse da come le aveva, tutto sommato, immaginate, viste nei video che rubava dal computer del padre. Continue reading

Dammi il tuo profumo

Seduto in quel caffè, io non pensavo a te…

Poi d’improvviso ho sentito il tuo profumo, il tuo odore, dietro di me. Sono rimasto a testa bassa e non ho alzato lo sguardo. Quell’odore mi era entrato dentro, mi era scivolato nello stomaco a farlo diventare un minuscolo cubo di piombo.

Ho sentito la tua voce ordinare un caffè, il ticchettare dei tuo tacchi dopo aver pagato. Sono riuscito a piegare la testa di lato un attimo soltanto per vedere che uscivi, i tuoi polpacci forti, tosti, che mi piacevano tanto, andare fuori dalla porta con passo sicuro, poi più nulla, nemmeno la forza di risalire lo sguardo fino al culo, alla gonna leggera che avevi addosso.

Il tempo non fa il suo dovere.

Il tempo è passato e io ogni tanto mi sveglio ancora pensando che sei accanto a me, pensando di dirti che ti voglio bene e che ti voglio prima che tu vada a lavoro, con gli occhi ancora incartati dal sonno. Invece tu non ci sei, quando li apro.

Siamo stati bene insieme. Sei tu che mi hai fatto ricordare che scopare è bello e quando mi stringevi forte tra le ginocchia e venivamo insieme era la cosa che ancora credo più vicina al Paradiso che abbia mai vissuto. Non c’eri solo tu, è vero. C’erano anche Linda ed Elisabetta. Ma piano piano ho pensato che eri l’unica dentro cui volevo morire, perdermi sul tuo ventre morbido e tra le tue braccia scolpite. Tirarti per i capelli come per gioco, entrarti dentro quando eri girata, ma baciandoti così tanto il collo che, dicevi, ti sembrava di vedermi.

Seduto al bar mi rendo conto di averlo duro, al pensiero del tuo corpo, al ricordo del tuo odore addosso che mi sembra non se ne vada più dall’aria. Vorrei carezzarti, vorrei giocassi con i peli del mio petto mentre mi sorridi e poi mi baci. E più ci penso più i pantaloni sono gonfi e ingestibili.

Aspetto che il barista sia distratto per alzarmi e mi chiudo in bagno e mi sento di nuovo adolescente, di nuovo piccolo, di nuovo incapace di gestire qualsiasi cosa. Mi inizio a toccare piano, a coprire e scoprire il glande. Devo fare presto, penso. Ma il ricordo di te è così prepotente che non vorrei finisse mai. Vorrei pensarti ore mentre mi lecchi le palle e io in piedi di fronte a te in ginocchio mi tocco e ti vengo in faccia. E mi viene in mente dolcissima la tua faccia, di nuovo il tuo sorriso nel sapermi contento, felice, e anche tu felice, e dalla finestra un raggio di sole di primavera e il caldo e tu che ti sciacqui il volto e poi mi baci e io che vorrei solo poter ricominciare subito e allora inizio a toccarti. E invece un cliente bussa sulla porta del bagno, strizzo gli occhi, finalmente vengo. Da solo. In un bar. Un bar che profuma ancora di te.

Come together

Gli amici miei Carlo e Antonio sono i miei migliori amici. E io sono un amico loro.

Siamo cresciuti insieme nel cortile sotto casa, dove sfrecciavamo velocissimi con le prime bici, giocavamo a tirarci fuori a spinta da immaginari ring, ci facevamo due tiri a tedesca. Io avevo i capelli lunghi, loro il doppio taglio, rasati o a spazzola. E per lungo tempo questa è stata l’unica cosa che ci rendeva diversi. Le mamme dicevano che ero un maschiaccio, ma a me piaceva correre, la terra, darsi dei colpi fortissimi per vedere chi resisteva di più. Mi piaceva il pallone, la Roma, solo che io amavo alla follia il Capitano e avevo gli occhi a cuore quando lo vedevo giocare, al contrario di Carlo e Antonio che in caso facevano commenti tecnicissimi. Però era bello. Eravamo sempre insieme. A un certo punto siamo cresciuti, a scuola stavamo un po’ meno insieme, perché io ero femmina e non sempre mi facevano giocare con gli altri, in caso in difesa, comunque. Loro un po’ socializzavano, io invece con le altre non mi trovavo troppo, più crescevamo peggio mi sembravano, parlavano solo di cazzate (capelli, vestiti, dieta), invece con Carlo e Antonio avevamo iniziato ad ascoltare musica, a vedere film, a fumare. A me piacevano i ragazzi, ogni tanto glielo raccontavo e ci divertivamo a scommettere su chi avrei baciato per primo tra quelli di scuola. Alla fine sono sempre stata carina, fisico asciutto e tirato di chi non sta mai fermo, e sorriso pronto. E ogni tanto uscivo con qualcuno, e puntualmente finiva che lo lasciavo perché voleva che cambiassi i miei pantaloni di acetato con qualcosa di più femminile. Ma a me piaceva stare comoda e giocare, anche se ormai ero cresciuta.

Persi la verginità con un cretino di prima categoria che non sapeva dove mettermi le mani addosso, e tutti quelli che incontrai dopo erano sempre e solo dei diversivi, prima di andare a fare due tiri con i miei due amici. Poi con loro andavamo allo stadio, ogni tanto anche in trasferta, vicini vicini sempre, e le loro ragazze erano così gelose che mi facevano ridere perché invece noi dicevamo sempre che ero un amico loro. E infatti sapevo tutto, i loro più intimi segreti e di come gli piaceva scopare e quanto e di quelle che anche se non sarebbe mai successo si sarebbero fatti. Ogni tanto esageravano, lo so, ma a loro lo perdonavo, non mi sembravano mai grevi. A me regalavano qualche trucchetto su come far impazzire i ragazzi a letto: funzionava.

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Manca sempre qualcosa

Fa un freddo cane, ma mi piace l’effetto che fa sul suo seno e quei capezzoli che li staccherei a mozzichi. Sta cucinando anche oggi, forse è triste. L’abbraccio dolcemente da dietro, mentre rimesta. Le sfioro la coscia, finché non le dò troppo fastidio, le levo la concentrazione, e allora mi allontana con una mano. Le piace portare a termine le cose che fa, e ogni tanto è da impazzire. Mai una cosa lasciata a metà, nella vita, oltre che in cucina.

E poi è da impazzire quando le cose non le lascia incompiute a letto. Pregusto quel momento, come il momento in cui assaggerò la crema pasticcera che sta preparando. Quando sentirò sotto la mia lingua contrarsi le pareti della sua vagina, con la clitoride un po’ scoperta sotto il labbro, i baffi miei a contatto con il suo pelo pubico, le dita a uncino su quello che chiamano punto g, tirandolo a me, tirandola a me.

Ma c’è da aspettare, e lei rimesta e assaggia e dice che manca sempre qualcosa, anche se non capisce cosa.

E io la sogno nuda, la sogno tra le coperte, mentre le pizzico i capezzoli, affondo tra i seni generosi, le bacio la pancia e poi risalgo e tutto è morbido e accogliente e bello, tanto che sono un po’ bambino, di nuovo mi aggrappo alle sue cosce e cerco morbidezze che mi facciano affondare i denti nella sua carne.

E lei piange, e io vado ad asciugarle le lacrime, e gliele leccherei via per farla stare meglio.

Quando ha finito la sua crema, la mette nelle ciotole e ci versiamo un dito di vino. Brindiamo e dopo il primo sorso ci spostiamo in camera da letto, con al seguito le nostre ciotole. Io ne prendo un po’ sulle dita e poi gliele metto in bocca, lei mi succhia fino alle unghie, come se fosse il cazzo. E il mio si fa duro. Poi dice “manca sempre qualcosa” e io comincio a spazientirmi, e anche il cazzo è della stessa opinione. E lei si avvicina, mi sbottona e mi guarda con i suoi occhi tristi. E i miei sono neri e intensi, e i suoi sono azzurri e grandi e liquidi. E mentre mi apre la cintura mi bacia piano, con tutta la lingua, e mi piace questa sua penetrazione nel mio corpo, per una volta accogliente.

Lei piange ancora e mentre piange si avvicina al pube, indugiando un po’ sui fianchi, baciandomi in posti solitamente ignorati. La conosco da una vita e la frequento da altrettando. Si potrebbe dire che è la mia friend con benefits se non fosse che non è per nulla amica. Non so niente di lei, a malapena il nome e che vestiti ama e che non lascia mai nulla a metà. Ci siamo conosciuti una sera a un concerto. Eravamo soli, entrambi. Lei mi sorrise. E poi parlammo. E poi ci scambiammo i numeri. E poi uno spritz e finimmo a letto. Sempre a casa sua. Lei cucina, prima, sembra parte di un rituale. Io impaziente, dopo la prima volta in cui ero intimorito, la cerco sempre prima che finisca di cucinare. Ma lei mi lascia fare poco, appena interferisco con i suoi strumenti del mestiere mi caccia. In effetti non so nemmeno quale sia il suo mestiere, ma cucina divinamente.

Si avvicina al cazzo e lo prende in bocca. Anzi, prima di prenderlo in bocca lo annusa, mi lecca dai testicoli alla punta, indugia sul filetto con la punta della lingua finché chiudo gli occhi. Solo dopo lo prende in bocca, e comincia a succhiare, solo quando non ce la faccio più e sa che non durerà molto. E poi arriva fino in fondo, lo fa arrivare in gola, e mi guarda, i suoi occhi ancora tristi mi guardano e io scoppio. Le riempo la bocca, e lei continua a succhiare finché non è finito tutto e piano piano mi sgonfio, e mi sento come il più coglione dei palloni gonfiati. Perché ora la voglio, ma so che dovrò aspettare. Ma lei non lascia mai le cose a metà. E mentre aspetta si rimette a mangiare la crema, forse ho un saporaccio, forse vuole solo coprire il mio sperma. Invece sorride, anche se amaro, e mi dice che non sono poi così male, ma che le ho fatto venire fame. E io sorrido, e mi guardo e la guardo, mentre si mette in bocca il cucchiaino mi viene in mente qualche attimo prima, e già sento che il sangue scorre pian piano verso il cazzo.

Manca ancora qualcosa? Le chiedo. Lei risponde che mancherà sempre, ma che ogni tanto se ne scorda. Io le carezzo il fianco e mentre il mio pene si gonfia lei mi sale addosso e comincia a strusciarsi su di me. Anche lei vuole finire la sua parte e ha ragione. Lui non è convintissimo, ma pian piano riesce a entrarle dentro. Le stringo i seni, le infilo le dita in bocca mentre inizia a muoversi piano su di me, mentre io cresco in lei e allora le afferro le natiche e la muovo avanti e indietro come piace a me, come piace a lei. Le premo la pancia e sento muovermi dentro di lei, lei che urla e che finalmente viene, mentre io vengo. E’ sempre di un tempismo assoluto, che mi piacerebbe avere con tutte.

Ma manca sempre qualcosa, lo so, lo sappiamo.

Non ci amiamo, non ci vogliamo bene e non sarà mai così. Siamo luna e marea in un ritmo infinito di orgasmi e di suoi pianti, che io non ho ancora imparato ad arginare col piacere. Vorrei fondermi col suo corpo e non pensarci più.

….

Apro gli occhi, sono le cinque. La sveglia ancora è lontana da suonare. Lei era un sogno e accanto a me non c’è nessuno. Tra poco Spino verrà a chiedermi di portarlo al parco. Il letto è bagnato come quando ero adolescente. Teresa mi manca da morire.

Soundtrack: https://www.youtube.com/watch?v=XD_PKV397WQ