Il cerchio e’ quello spazio strambo che sta inscritto nella circonferenza e se te metti il peso del corpo sulla punta di un piede e poi lo usi come perno per girargli intorno descrivi una porzione di cerchio. E se ci metti dei pugni, prima, durante e dopo, esegui una figura della boxe.
E io stavo peritandomi in codesta attivita’: uno, due, schivo, piede perno gancio sinistro, cambio guardia, jab, jab; e per un po’ paio di volte funziono’, i colpi andavano a segno. E poi uno, due, schivo, piede perno… e il vuoto. Devo essere cascato da qualche parte tra il centro e la circonferenza. Ho chiuso gli occhi nel capitombolo e quando li riapro sopra di me volteggiano due cerchi appesi a mezz’aria e una figura snella all’interno di uno di questi. Si tiene con le mani e mentre l’oggetto volante altalena avanti e indietro lei esegue li’ attaccata una sorta di danza lunare. E indossa un baby doll e le autoreggenti nere, ha i capelli rossi di desiderio e sorride. Non a me, forse a se’ stessa nell’atto di librarsi in aria o forse al pubblico tutto, come nel nuoto sincronizzato. Io applaudirei se capissi dove sono le mie mani, nel dubbio intanto sorrido, ma senza sapere dove stia la bocca pero’.
Lei seduta ora sul cerchio ricasca all’indietro rimanendo appesa con le gambe piegate e poi un braccio e l’altro e risale e il corpo si flette a coincidere con la circonferenza, che la divide a meta’ lungo i glutei e la colonna vertebrale. E poi ricasca appesa con una gamba sola e una mano e l’altra piegata e con il collo del piede diritto che sembra indicarmi. E s’io trovassi la mia bocca, e le mani – maledette dove saranno finite – le allungherei timide a sfiorarlo e accarezzarlo e lentamente poggerei le mie labbra sulle dita affusolate e risalirei piano verso la caviglia con la lingua appena un poco fuori dai denti. E sentirei quel sapore forse un po’ salato, che a star sul cerchio, e non cascarci dentro come ho fatto io, e’ cosa faticosa, non e’ mica una passeggiata. E lei brilla di sudore, la fronte luccica.
Il problema e’ che attualmente la percezione di me stesso si ferma agli occhi. E allora osservo e oltre il cerchio vi sono due linee verticali appese a un trave. E ivi due corpi: uno maschile e l’altro femminile, ma a questa distanza le certezze sono poche. Si arrampicano, si avvolgono, si srotolano. Dividono la retta in due, poi incastrano le caviglie e si lasciano cadere all’indietro, con i piedi a martello. Risalgono con le gambe a triangolo e scosciano e di nuovo in mezzo con il corpo che prende la forma di vela e infine scendono e annodano le rette e li’ si adagiano scherzando tra loro. E se ritrovassi le gambe, mi avvicinerei e vorrei amarli entrambi mentre dondolano seduti e perdere il mio sguardo nei loro sessi, fino a che le mie labbra non si posino su di loro e il dondolio si trasformi lento, spero, in orgasmo.
Non vorrei altro in verita’, che gia’ e’ un problema ritrovare la testa e le mani, figuriamoci il pene e tutto il resto. E poi perche’ rischiare di appesantire queste figure cosi’ agili con le mie seminali secrezioni ? Che dovrebbero farsene ? Non sono perfette cosi’ ?
La figura sul cerchio torna a dondolare sopra di me, sembro avere la schiena a terra, dovrei essere sdraiato credo, con i piedi un poco sollevati. Ricasca all’indietro e spinge in alto il bacino, forma un arco dorsale che descrive un cerchio imperfetto, mentre con le mani si afferra gli alluci. Dal tessuto che le avvolge il bacino e stringe sui glutei, si delineano le forme sottostanti. Potrebbero essere le grandi labbra e il clitoride, o forse no. Le mani stringono di nuovo forte la circonferenza, il corpo si lascia cadere, le gambe scendono dalla verticale a novanta gradi, poi lentamente in basso, un piede mi sfiora pallido la fronte. E sento di sapere dov’e’ e ritrovo anche la bocca e il volto e le spalle e le braccia e le mani e la gambe e vorrei ringraziare quei corpi e la loro leggerezza. Ma alle mie orecchie ritrovate giunge solo un “madonna che paura ci hai fatto prendere. Scusa eh mi e’ scappato il destro e l’hai preso pieno, d’incontro. pure te pero’ e la devi tenere su sta guardia… non e’ che mi puoi portare sempre la stessa combinazione per tre volte di fila e poi ti prendo il tempo… Comunque sei andato giu’ secco. Ora stai tranquillo sui materassi, che si va a prendere la macchina e ci facciamo un giro al pronto soccorso”. Boia che botta, sento gia’ l’ematoma che spinge e l’emicrania in arrivo e franco che mi guarda preoccupato a venti centimetri dal viso e continua a parlare.
Dall’alto alle mie spalle un’altra voce
“Scusa ma ti scoccia se continuo ad allenarmi ? Come stai ?”
Una seconda, sopra di me.
“Oi, come va allora ?”
franco alza lo sguardo verso le voci. “Ma le avete le chiavi ?”
E Ancora dall’alto
“E che chiavi vorresti ? quelle del mio cuore ? se le vuoi devi venire quassu’ da me a prenderle…”
“va vaffanculo, dico le chiavi per chiudere, che devo portare lui al pronto. se le avete state, altrimenti fine acrobatica area per oggi”
“ah va beh, allora veniamo via con voi. va bene scusa”
Ed io penso
“no franco, lascia li’ queste persone, franco. Sono i kami della palestra, i guardiani, franco, crolla tutto se non tengono in equilibrio le travi, se non si librano loro nell’aria e la mettono in moto, smettiamo di respirare, franco”
Ma taccio, anche se so che e’ vero. Perche’ ho recuperato il contatto con questo piano di realta’ e l’esperienza altrui insegna che tra il pronto e il tso ci stanno solo duecento metri, o se si preferisce tre edifici, o ventisette porte e sei macchinette del caffe’, a secondo di che unita’ di misura si preferisca usare.