Il mare d’inverno

Ingredienti:
precarietà, ansia, una tipa sui trenta, il trenino Roma-Lido, il mare di Ostia, un caffè, scorci da un film di Caligari.


La linea Roma-Ostia si è aggiudicata il premio di peggior linea pendolare d’Italia, il che è un bel traguardo. Dalla Piramide Cestia al mare torbido del litorale romano ci mette però relativamente poco tempo, se tutto va bene.
Lei era seduta in disparte, col cellulare in mano e le cuffie nelle orecchie. Aveva bisogno di suoni forti e vibrazioni lungo il corpo, ma la radio passava solo musica commerciale. L’inquietudine trasmessa col battere nervoso del piede segnalava palesemente tutto quello che non andava nella sua vita. Il ragazzo che l’aveva lasciata per un’altra qualche giorno prima, il contratto della stanza scaduto, dopo che ci abitava da ormai un paio di anni, e il nuovo lavoro che le stava prosciugando affetti e socialità.

Cercava, talvolta, di pensare ai lati positivi del tutto. Al sesso già stanco con il proprio compagno, al fatto che avrebbe potuto trovare di meglio e che era troppo giovane per stare con qualcuno solo per abitudine. Ai coinquilini con i quali non aveva mai trovato la giusta sinergia e che a volte la facevano sentire tanto sola. Al fatto che prima non la pagavano mai puntuali o con regolarità, mentre ora sì, anche se erano aumentati gli impegni.

Immersa in una vecchia canzone di Madonna e numerosi pensieri che le affollavano la testa, arrivò a destinazione. Scese dal treno. Respirò il mare d’inverno. Camminò lentamente e cercò con lo sguardo i luoghi narrati nei film di Caligari. Era da poco andata al cinema a vederne uno ed era curiosa di vedere come fossero quei luoghi dal vivo.

Fece una breve passeggiata sulla riva, il vento nei capelli e il sole che la scaldava in faccia. L’aria era fredda, ma c’era una bella luce.
Era domenica, lei aveva giorno di riposo, non c’era nessuno in giro e la città sembrava dormire anche se l’alba era passata da parecchio tempo.

Si sedette sulla spiaggia, noncurante del cappotto nero che forse si sarebbe sporcato, sentiva la salsedine infilarsi nei capelli e ne ebbe gioia. Si sentì baciata dal sole e pensò alle cose che aveva fatto in vita e la facevano stare bene. Erano soprattutto viaggi, pezzi di mondo che le erano entrati negli occhi e nello stomaco e che la facevano sentire nostalgica. Tirò fuori dalla tasca il pacchettino che conteneva fumo, cartine e sigarette e iniziò a prepararsene una. Come a mettere un punto ai suoi pensieri e poterne rivolgere altri al futuro. Mentre fumava, invece, le venne in mente l’ultima notte con lui. Quando l’aveva lasciata, lei aveva chiesto di fare sesso un’ultima volta. Ed era stata stranamente bella. Come solo le ultime volte sanno essere, con quel misto di amarezza, rabbia, nostalgia preventiva, ma anche il conoscersi, il sapersi soddisfare reciprocamente.

Lui l’aveva abbracciata forte, come non faceva da tanto, lei aveva pianto e lui le aveva leccato via le lacrime dal corpo, per poi seguire il suo corpo, schiuderne le gambe. Anche se era lei ad averlo chiesto, si era poi ritrovata chiusa e tesa. Lui era stato dolce. L’aveva carezzata e l’aveva fatta girare, per percorrerle la schiena con le mani, con le labbra, con la lingua. Aveva affondato la lingua tra le sue natiche, mentre lei si bagnava e il suo liquido facilitava le dita di lui sulla sua clitoride. E intanto la lingua proseguiva il suo viaggio intorno al buco del culo, la mano che non era impegnata sulla fica le afferrava cosce schiena collo e lui sembrava avere il potere di toccarla ovunque. Lei aveva la bocca aperta, sul cuscino, gemeva sommessamente, piangeva ancora. Maledetto sai tutto di me sai come schiudermi, come farmi morire di gelosia, come farmi gridare, come farmi venire dalla punta dell’alluce all’ultimo capello. Lui lo sapeva. Sapeva che lei era ancora presa da lui, mentre lui non lo era più da un po’. Non sapeva nemmeno se fosse una sua colpa, o se semplicemente era così che andavano le cose. Voleva farla godere tanto da lasciarle almeno un buon ricordo della loro intimità, dopo tanto tempo in cui non era stato presente e l’aveva scopata più per dovere che per voglia, le mani stanche, le carezze frettolose. Voleva anche godere lui, era teso e pieno di eccitazione, sperma, e l’odore di lei si spandeva talmente forte che aveva il cazzo dritto da quando aveva iniziato a farle il discorso d’addio. Ci aveva un po’ sperato in quella richiesta di un’ultima volta. Lei stava sul punto di venire, era aperta, scivolosa. Lui prese un preservativo al volo dal marsupio, si tolse maglietta, pantaloni e mutande in un solo gesto, per poi andarle di nuovo a baciare la magnifica fossetta che lei aveva subito prima della curva del sedere, mentre si infilava il profilattico. Le entrò dentro da dietro, lei strinse i denti. Le piacque. Ma ancora piangeva e ogni singhiozzo era una contrazione, dolce, bella, per lui, che si sentì a disagio per quel piacere dovuto al suo dolore e gli si inumidirono gli occhi. La baciò sul collo, sulle spalle, mentre lei sentiva i colpi sul suo utero come martelli sul suo cuore. Sbem. Sbem. Sbem. Era bagnata, di lacrime, di fluidi, di saliva di lui. Lui la toccò un po’ più velocemente davanti, alzandole i fianchi che erano rimasti appoggiati al materasso da quando le aveva fatto il massaggio. Vennero insieme con una eco e qualche urlo di pancia. Le contrazioni si rimpallavano. Si lasciarono così, senza bisogno di dire altro. Era stata una signora ultima volta.

Lei spense la canna guardando il mare, pensò che aveva bisogno di riprendersi e decise di spogliarsi e buttarsi in acqua. Era fredda, ma non le importava. Si stava bene in fondo, c’era il sole.
Quando uscì decise di andare a prendere un caffè, al bar la guardarono straniti vedendo che aveva i capelli bagnati. Ma sorrideva ed era bella, come se quel bagno le avesse lavato di dosso un peso importante. Al bar c’era un operaio, giovane, bello. Sembrava uscito proprio da quel film che aveva visto da poco al cinema. Le sorrise.