Come together

Gli amici miei Carlo e Antonio sono i miei migliori amici. E io sono un amico loro.

Siamo cresciuti insieme nel cortile sotto casa, dove sfrecciavamo velocissimi con le prime bici, giocavamo a tirarci fuori a spinta da immaginari ring, ci facevamo due tiri a tedesca. Io avevo i capelli lunghi, loro il doppio taglio, rasati o a spazzola. E per lungo tempo questa è stata l’unica cosa che ci rendeva diversi. Le mamme dicevano che ero un maschiaccio, ma a me piaceva correre, la terra, darsi dei colpi fortissimi per vedere chi resisteva di più. Mi piaceva il pallone, la Roma, solo che io amavo alla follia il Capitano e avevo gli occhi a cuore quando lo vedevo giocare, al contrario di Carlo e Antonio che in caso facevano commenti tecnicissimi. Però era bello. Eravamo sempre insieme. A un certo punto siamo cresciuti, a scuola stavamo un po’ meno insieme, perché io ero femmina e non sempre mi facevano giocare con gli altri, in caso in difesa, comunque. Loro un po’ socializzavano, io invece con le altre non mi trovavo troppo, più crescevamo peggio mi sembravano, parlavano solo di cazzate (capelli, vestiti, dieta), invece con Carlo e Antonio avevamo iniziato ad ascoltare musica, a vedere film, a fumare. A me piacevano i ragazzi, ogni tanto glielo raccontavo e ci divertivamo a scommettere su chi avrei baciato per primo tra quelli di scuola. Alla fine sono sempre stata carina, fisico asciutto e tirato di chi non sta mai fermo, e sorriso pronto. E ogni tanto uscivo con qualcuno, e puntualmente finiva che lo lasciavo perché voleva che cambiassi i miei pantaloni di acetato con qualcosa di più femminile. Ma a me piaceva stare comoda e giocare, anche se ormai ero cresciuta.

Persi la verginità con un cretino di prima categoria che non sapeva dove mettermi le mani addosso, e tutti quelli che incontrai dopo erano sempre e solo dei diversivi, prima di andare a fare due tiri con i miei due amici. Poi con loro andavamo allo stadio, ogni tanto anche in trasferta, vicini vicini sempre, e le loro ragazze erano così gelose che mi facevano ridere perché invece noi dicevamo sempre che ero un amico loro. E infatti sapevo tutto, i loro più intimi segreti e di come gli piaceva scopare e quanto e di quelle che anche se non sarebbe mai successo si sarebbero fatti. Ogni tanto esageravano, lo so, ma a loro lo perdonavo, non mi sembravano mai grevi. A me regalavano qualche trucchetto su come far impazzire i ragazzi a letto: funzionava.

Erano anni che stavamo culo e camicia. Poi un giorno successe qualcosa di inedito. Stavamo a casa di Carlo. Ormai lui viveva fuori casa, era l’unico di noi che lavorava. Io stavo finendo l’Università, avevo preso Fisica. Antonio si era appena lasciato con la ragazza ed era tornato dai suoi. Casa di Carlo era la nostra alcova. Ci stavamo facendo un giro di tv spazzatura, birrette e canne. Ero un po’ triste per questioni nate con un mio ex, che stava facendo lo stronzo, ma con Carlo e Antonio non smettevo di ridere da quando ero entrata.

Quell’umorismo tagliente e totale che solo i romani hanno. Cinismo graffiante che fa ridere di pancia. E tra una risata e l’altra mi sentii così a mio agio che pensai di abbracciarli. E mentre mettevo una mano intorno alle spalle di Carlo, che non mi ero mai accorta essere così solide e larghe, appoggiavo la mano sopra la coscia di Antonio. Non me ne ero accorta, ma a un tratto sentii della tensione tra noi. E chissà che mi disse la testa, diedi un bacio sulla guancia a Carlo, e intanto facevo salire la mano verso l’inguine di Antonio, che non la fermò. E capii subito perché.  Era tutto così naturale. Mi girai verso Antonio e lo baciai piano. Era buffo. Me lo ricordavo ancora che cadeva dalla bici vent’anni prima e ci sbucciavamo le ginocchia e ridevamo e ci picchiavamo quando litigavamo per un gioco. E mi ricordai di tutto quello che mi aveva detto su quanto gli piacessero le rotondità delle donne e io che ero secca mi sentii a disagio, ma lui sorrise, come se gli fossi piaciuta da sempre. Carlo mi strinse a sé e mi carezzò la schiena. Era abbastanza assurdo, inaspettato, eccitante. L’ansia di come sarebbe poi andata mi percorse tutta. E se poi avessi perso quell’amicizia? E le ragazze di Carlo e Antonio avevano forse avuto ragione?

Ma chissenefrega, pensai. E mentre lo pensavo già Antonio mi stava baciando il collo e io mi abbassavo sui pantaloni di Carlo. Che apriva le gambe e sorrideva soddisfatto. Io lo guardai dal basso mentre iniziavo a slacciargli i pantaloni e Antonio faceva lo stesso con me, e mentre lo svestivo, venivo svestita, e Antonio mi prendeva i seni tra le mani e affondava il naso tra le mie natiche.
Presi in bocca il cazzo di Carlo mentre Antonio mi leccava da clitoride ad ano. Avevo una voglia pazza e folle, come se tutti quegli anni con loro stessero esplodendo in un momento, meglio di un gol di Totti quando tutti intorno esplodono di godimento.

Stavamo ancora sul divano. Eccetto il suono del nostro ansimare non si sentiva nulla. In sottofondo una partita di calcio con una pessima regia. Io mi stancai di succhiarglielo mentre Antonio si avvicinava per entrarmi dentro. Carlo era ancora seduto sul divano e vestito, solo con i pantaloni slacciati. Noi eravamo per terra lì di fronte. Avevo le mani per terra e lui mi entrava dentro mentre rimanevo in ginocchio. Allora Carlo scese dal divano e mi fece tirare su e mentre rimanevo praticamente seduta su Antonio. Mi rimise il pene in bocca, tenendomi per i capelli (mi ricordai d’un tratto quando mi parlava dei porno che aveva fregato al padre e di come era contento nella sua adolescenzialità…io sorridevo e pensavo ai discorsi che facevo nello spogliatoio delle ragazze, ero sempre la più sboccata). Lo allontanai dopo poco dolcemente e proposi a entrambi di andare sul letto. Antonio mi guardò un po’ affranto, e lo baciai teneramente.

[Conduco io il gioco]

Mi stesi sul letto e li avvicinai, iniziai a spogliare Carlo e Antonio con calma, e poi li vidi entrambi tesi e belli. Non mi ero mai veramente accorta quanto fossero belli, serve un po’ di distanza per capire queste cose. Carlo è alto, con le spalle larghe, gli occhi neri. Antonio più gracile, una barba al limite dell’hipster, delle mani affusolate e l’addominale scolpito. Li guardavo per la prima volta, chissà loro come vedevano me e le mie gambe ossute. Mi faceva ridere la situazione. Mi stesi portandomeli uno da un lato e uno dall’altro e mi sentii così strana. Avevo un po’ voglia un po’ paura. Certe cose mi sembrava esistessero solo nei film, ma ora erano lì, pieni, pieni di voglia di me. E io volevo riempirmi di loro, sentire che si muovessero dentro di me. (mi ricordava quando ero in porta e giocavamo a tedesca, mi ricordava quando bevevamo le prime birre e io e loro aspettavamo che le ragazze passassero e loro commentavano e io sorridevo pensando che anche se loro erano i miei migliori amici su certe cose erano anche scemi come tutti). Carlo mi capì, sentì che avevo paura e iniziò a leccarmi piano, Antonio cacciò un paio di preservativi, ne mise su uno e mentre Carlo continuava con la bocca lui entrò col cazzo. Fu strano e bello e fu il materializzarsi di una delle mie fantasie più voraci. Quando scoppiò anche lui di voglia per me, iniziò a salire. Antonio lo intuì e uscì dalla mia vagina, per iniziare a premere sull’ano.

Salì anche la mia eccitazione e fece male solo all’inizio, poi sentii di volere anche Carlo, che lo capì e mi entrò dentro anche lui. La pelle tra culo e fica era sottilissima, ogni sensazione diventava mille, a tratti era dolore, a tratti godevo come non mi era mai successo. Ci misero un po’ a trovare il ritmo, mentre cercavo di condurli con la mano, con il bacino e con le parole. Antonio disse che non ce la faceva più, uscì e mi venne addosso dopo essersi tolto il preservativo. Carlo invece venne dentro di me, con me, mentre baciavo Antonio.

Rimanemmo stesi a carezzarci a lungo. Mi sembrava assurdo che avessero concentrato tutta la loro voglia su di me, in fondo ero un amico loro, il gioco avrebbe potuto essere molto più articolato. Ma era un gioco con le regole del parchetto. I froci ok, ma non siamo noi.

(mi ricordai di quando nel gruppo mi davano della lesbica perché giocavo a pallone e stavo sempre coi maschi. risi di loro).

Ci addormentammo da Carlo tutti e tre abbracciati. Quando ci svegliammo tutto fu come se non fosse successo niente, se non che ignoravamo i rispettivi sguardi. Preparai come sempre caffè e canna prima di uscire, Carlo cacciò due biscotti stantii dalla dispensa. Andammo a fare quello che facevamo sempre.

La sera successiva ci rivedemmo al solito bar. Gli parlai come al solito di musica, ragazzi che mi piacevano, voglia di viaggiare. Loro di moto, calcio ed NBA (era l’ultima fissa dell’inverno, gli sarebbe passata come al solito). E così nei giorni a seguire. Passò un po’ di tempo prima che ci ritrovassimo a casa di Carlo. Ci fu un po’ di imbarazzo, ma lo superammo con una battuta casuale e una risata.

Sono contenta che non si sia rovinato tutto, perché saremo sempre quei tre che giocavano a spinta sotto quel palazzone che chiamavamo casa. Di quella volta insieme non abbiamo mai più parlato, e va bene così.