Regali

Questa era una storia di Natale, ma ve la voglio raccontare anche se Natale è passato. Perché a volte i regali sono una cosa bella perché inaspettati.
Quel giorno ero tanto stanca. Stanca di vivere prima di tutto. In realtà non era solo quel giorno, mi arrotolavo da un po’ tra le coperte e la mancanza di gioia quotidiana. Il mio corpo non mi diceva nulla. La mia vita lavorativa era piena di stenti e litigi, sbottavo per qualsiasi cosa non andasse come dicevo io. Decisi che forse la soluzione poteva essere farmi un giro di giostra su un amico fidato. Ma non volevo fosse una cosa tirata a campare. Volevo fosse un regalo per entrambi.
Hai presente quando chiami qualcuno, che sai che ti dirà di sì, ti ci incontri stancamente e cerchi il massimo da una performance in cui l’unico pubblico presente non ci crede affatto? Io sì. Continue reading

Turno di mattina

Mentre preparo la postazione, poco dopo aver indossato le scomode scarpe da lavoro e i guanti, lo vedo passare che mi fa un cenno di saluto. Passa sempre. Io ricambio, con il sonno negli occhi e un mucchio di pensieri in testa. Ci ho pensato spesso a quella notte, ma era come cullarsi nella dolcezza di una scappatella che distrae dalla vita di tutti i giorni. Mio marito sempre più spesso non mi conta, torna a casa che profuma di altre donne, mi entra dentro stanco. Per lo più mi ignora. Continue reading

Turno di notte

Lei ha le labbra carnose di chi ci ha speso i soldi per assomigliare a quello che voleva essere. Io ho una barba riccia e folta che affonderei volentieri tra le sue labbra, ma quelle più in basso, quelle che sono sicuro essere lisce come quelle di una bambina. L’annuso quando passa. Lei e il suo profumo di vaniglia.
Ha i jeans stretti su gambe e natiche perfette, a vederla da dietro non dimostra i suoi 40 anni. Quando posso cerco di passare a salutarla, le suono dal muletto e il capannone in cui lavoriamo mi sembra il posto migliore in cui potrei essere. Se solo riuscissi ad averla, lo sarebbe sul serio.
Pamela tratta pesanti colli con le unghie laccate, si china e diosolosa cosa penso di lei quando lo fa.
Io continuo a spostare pedane e cerco di non pensarci, altrimenti qualcuno si potrebbe accorgere dei miei rigonfiamenti, di come premo sui pantaloni per essere liberato.

Sono mesi ormai che la penso. Lei mi sorride, magari ci sta. Ci provo, oggi ci provo.
La invito a prendersi un caffè e a farcene una sulle scale antincendio. Viene subito e io le porto il caffè, e mentre lo beviamo inizio a prepararla. L’accendo, aspiro una lunga boccata di fumo, mi entra nei polmoni, gliela passo, ormai sono così vicino, così vicino, e provo a baciarla. Si ritrae col collo e ride, come se ridesse di me e della situazione, ma io non demordo e ci riprovo. Mi bacia lei, a quel punto. Fa un altro tiro e poi si guarda intorno. Siamo all’ultimo piano, qui non c’è mai nessuno, eccetto chi viene qua a scopare nelle rare pause concesse dalla catena di montaggio. Ma siamo di turno di notte, la lavorazione è quasi finita, non dovrebbero esserci problemi. Il pantalone mi scoppia. Pamela mi passa una mano sul cazzo, e io vorrei solo scappare via, perché temo che verrò in due secondi netti.
La faccio girare con decisione e le carezzo la fica da sopra i jeans, che poi apro e abbasso. Lei sembra gradire la proposta. Chi lo avrebbe immaginato? Mi avvicino e le bacio l’orecchio, annuso ancora quel profumo alla vaniglia e le tocco il seno, sodo e turgido. Sono pronto a entrarle dentro, e lo faccio due secondi dopo, giusto il tempo di slacciarmi i pantaloni. La sua fica umida e accogliente è liscia come la immaginavo, il mio cazzo entra senza difficoltà mentre lei sta appoggiata alla balaustra delle scale. Siamo quasi appoggiati alla porta, da qui nessuno può uscire, ma da sotto potrebbero vederci e il mio cervello si eccita ancora più di quanto non lo faccia il mio cazzo. Pamela non dice niente. Non ha quasi parlato da quando l’ho invitata fuori, chissà se si aspettava la mia proposta.
Quando sto per venire esco e la sporco giusto sulla fessura del culo, blocco lo sperma con una mano e ne approfitto per metterle un dito nell’ano. Le chiedo se abbia un fazzoletto. Me lo dà e la pulisco dal mio sperma, che l’aveva aspettata tanto. Poi viene il suo momento, la rigiro di nuovo, senza toglierle quel dito da dentro. La lecco veementemente mentre muovo il pollice nella vagina e me l’avvicino forte con l’altra mano stringendole una chiappa. Mi viene addosso quasi fosse un uomo, tra liquidi e gemiti. Salgo e la ribacio. Chissà se succederà ancora.
Mentre salgo noto che la mano con la quale mi aveva tenuto la testa tutto il tempo all’anulare ha un anello.
– Pam, sei sposata?
– Si.
– Ci rivediamo?
– Vedremo.
Non mi aveva mai parlato del marito. Non che avrebbe cambiato qualcosa.
Ci ricomponiamo e torniamo a lavoro. Un’altra mezz’ora e arriverà il giorno, torneremo a casa, dormiremo, finalmente.

Fessure

“Mi piacerebbe vederla. Mi mandi una foto?”.

Ma davvero, mi dice? – Pensò lei. – Sembra serio.

Si rivide a 12 anni. A 12 anni. A scoprire il sangue, i peli, a scoprire il pube, a mettersi di fronte allo specchio. Vedere se stessa al contrario, vedere la fessura tramite cui le sarebbero entrati dentro anni dopo. E al contrario quelle labbra, così diverse da come le aveva, tutto sommato, immaginate, viste nei video che rubava dal computer del padre. Continue reading

Dammi il tuo profumo

Seduto in quel caffè, io non pensavo a te…

Poi d’improvviso ho sentito il tuo profumo, il tuo odore, dietro di me. Sono rimasto a testa bassa e non ho alzato lo sguardo. Quell’odore mi era entrato dentro, mi era scivolato nello stomaco a farlo diventare un minuscolo cubo di piombo.

Ho sentito la tua voce ordinare un caffè, il ticchettare dei tuo tacchi dopo aver pagato. Sono riuscito a piegare la testa di lato un attimo soltanto per vedere che uscivi, i tuoi polpacci forti, tosti, che mi piacevano tanto, andare fuori dalla porta con passo sicuro, poi più nulla, nemmeno la forza di risalire lo sguardo fino al culo, alla gonna leggera che avevi addosso.

Il tempo non fa il suo dovere.

Il tempo è passato e io ogni tanto mi sveglio ancora pensando che sei accanto a me, pensando di dirti che ti voglio bene e che ti voglio prima che tu vada a lavoro, con gli occhi ancora incartati dal sonno. Invece tu non ci sei, quando li apro.

Siamo stati bene insieme. Sei tu che mi hai fatto ricordare che scopare è bello e quando mi stringevi forte tra le ginocchia e venivamo insieme era la cosa che ancora credo più vicina al Paradiso che abbia mai vissuto. Non c’eri solo tu, è vero. C’erano anche Linda ed Elisabetta. Ma piano piano ho pensato che eri l’unica dentro cui volevo morire, perdermi sul tuo ventre morbido e tra le tue braccia scolpite. Tirarti per i capelli come per gioco, entrarti dentro quando eri girata, ma baciandoti così tanto il collo che, dicevi, ti sembrava di vedermi.

Seduto al bar mi rendo conto di averlo duro, al pensiero del tuo corpo, al ricordo del tuo odore addosso che mi sembra non se ne vada più dall’aria. Vorrei carezzarti, vorrei giocassi con i peli del mio petto mentre mi sorridi e poi mi baci. E più ci penso più i pantaloni sono gonfi e ingestibili.

Aspetto che il barista sia distratto per alzarmi e mi chiudo in bagno e mi sento di nuovo adolescente, di nuovo piccolo, di nuovo incapace di gestire qualsiasi cosa. Mi inizio a toccare piano, a coprire e scoprire il glande. Devo fare presto, penso. Ma il ricordo di te è così prepotente che non vorrei finisse mai. Vorrei pensarti ore mentre mi lecchi le palle e io in piedi di fronte a te in ginocchio mi tocco e ti vengo in faccia. E mi viene in mente dolcissima la tua faccia, di nuovo il tuo sorriso nel sapermi contento, felice, e anche tu felice, e dalla finestra un raggio di sole di primavera e il caldo e tu che ti sciacqui il volto e poi mi baci e io che vorrei solo poter ricominciare subito e allora inizio a toccarti. E invece un cliente bussa sulla porta del bagno, strizzo gli occhi, finalmente vengo. Da solo. In un bar. Un bar che profuma ancora di te.

Come together

Gli amici miei Carlo e Antonio sono i miei migliori amici. E io sono un amico loro.

Siamo cresciuti insieme nel cortile sotto casa, dove sfrecciavamo velocissimi con le prime bici, giocavamo a tirarci fuori a spinta da immaginari ring, ci facevamo due tiri a tedesca. Io avevo i capelli lunghi, loro il doppio taglio, rasati o a spazzola. E per lungo tempo questa è stata l’unica cosa che ci rendeva diversi. Le mamme dicevano che ero un maschiaccio, ma a me piaceva correre, la terra, darsi dei colpi fortissimi per vedere chi resisteva di più. Mi piaceva il pallone, la Roma, solo che io amavo alla follia il Capitano e avevo gli occhi a cuore quando lo vedevo giocare, al contrario di Carlo e Antonio che in caso facevano commenti tecnicissimi. Però era bello. Eravamo sempre insieme. A un certo punto siamo cresciuti, a scuola stavamo un po’ meno insieme, perché io ero femmina e non sempre mi facevano giocare con gli altri, in caso in difesa, comunque. Loro un po’ socializzavano, io invece con le altre non mi trovavo troppo, più crescevamo peggio mi sembravano, parlavano solo di cazzate (capelli, vestiti, dieta), invece con Carlo e Antonio avevamo iniziato ad ascoltare musica, a vedere film, a fumare. A me piacevano i ragazzi, ogni tanto glielo raccontavo e ci divertivamo a scommettere su chi avrei baciato per primo tra quelli di scuola. Alla fine sono sempre stata carina, fisico asciutto e tirato di chi non sta mai fermo, e sorriso pronto. E ogni tanto uscivo con qualcuno, e puntualmente finiva che lo lasciavo perché voleva che cambiassi i miei pantaloni di acetato con qualcosa di più femminile. Ma a me piaceva stare comoda e giocare, anche se ormai ero cresciuta.

Persi la verginità con un cretino di prima categoria che non sapeva dove mettermi le mani addosso, e tutti quelli che incontrai dopo erano sempre e solo dei diversivi, prima di andare a fare due tiri con i miei due amici. Poi con loro andavamo allo stadio, ogni tanto anche in trasferta, vicini vicini sempre, e le loro ragazze erano così gelose che mi facevano ridere perché invece noi dicevamo sempre che ero un amico loro. E infatti sapevo tutto, i loro più intimi segreti e di come gli piaceva scopare e quanto e di quelle che anche se non sarebbe mai successo si sarebbero fatti. Ogni tanto esageravano, lo so, ma a loro lo perdonavo, non mi sembravano mai grevi. A me regalavano qualche trucchetto su come far impazzire i ragazzi a letto: funzionava.

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Camera con vista

La stanza ha poca luce, di giorno, ma non ci sto mai e il tran tran quotidiano è il solito delirio di lavoro, genitori da accudire, figli di amici da tenere. Quando torno a casa, il fatto che sia così vuota mi stupisce sempre, cozza con una vita così piena. Così ho iniziato, un po’ per gioco, a passare qualche ora con degli uomini.

A me gli uomini non sono mai piaciuti: sarà la barba, saranno le spigolosità del corpo, i genitali impudici ed esterni. E con le donne ho scarso successo. Sarà per questo che il mio unico inquilino è un gatto. Ma insomma, ad un certo punto della mia vita mi sono accorta che a quegli uomini, che non avevo mai amato, piacevo. E piacevo tanto. Ci avevo provato, allora, ad amarli. Mi ero dedicata a cene da tre portate e a soddisfare il loro corpo, a conoscerne i segreti. Avevo impararo a venire e farli giocare col mio corpo, a farmi baciare i capezzoli e mordermi le labbra. E mi illudevo che fosse amore e che il suo segreto fosse negli orgasmi simultanei. E ogni volta era una battaglia, lo scontro e il finale tragico: ci lasciavamo e io finivo a piangere in ogni angolo della città. Mentre facevo la spesa, lavoravo, leggevo. Non dormivo più. Poi, ricominciavo. Un uomo nuovo, un nuovo giro un nuovo incastro, di nuovo la mente, il corpo, essere uniti. Sorridere, fino a che non ritornava l’impatto, duro, con la realtà.

Avevo deciso di cambiare in un giorno di primavera, guardando un canale che passeggiava di fronte all’antico acquedotto. Avevo iniziato ad accogliere gli uomini solo durante l’oscurità, quando più ne avevano bisogno. Bussava alla mia porta chiunque: giovane e meno giovane, ricco o povero. Tutti erano accomunati da una sola caratteristica: l’essere impicciati. E io mi spalancavo di fronte a tali impicci: spalancavo la testa, le orecchie, le gambe, il culo, la bocca. Qualunque cosa servisse, diventavo accoglienza e comprensione. Mi parlavano di sé, delle mogli e fidanzate, delle ex compagne, per ore e ore, nell’oscurità più oscura, nell’umido della mia stanza poco illuminata, e mentre incrociavamo i colpi, le cosce, i ritmi, godevo della loro voglia di sfogare la malasorte.
Ogni orgasmo era prendere su di me i peccati del mondo. Peccati veniali, roba da quattro soldi, che le mie labbra spalancate potevano accogliere, succhiare, adorare. Alcuni di loro avevano una nube intorno alla fronte, che cercavo di levare con carezze e sussurri durante l’amplesso, grida feroci quando venivo, stringendo forte il loro pene con le pareti della vagina. Altri parlavano, parlavano, si parlavano addosso. A volte le loro inquietudini erano le mie inquietudini, ma sapevo di avere più forza. Sulle spalle, sul collo, il peso della solitudine, delle relazioni rotte. Sulla schiena sperma caldo, nel culo la rabbia provata. E poi, e poi, e poi. Tenersi per mano, intrecciando le ginocchia, baciarsi forte, una presa sul collo. E poi, e poi, e poi. Gridare quanto è bello e godere, godere del potere di prendersi tutto addosso, tutto dentro, liberarli dai mali. Ascoltare poi ancora fiumi di parole, mentre si vorrebbe solo dormire. Carezzarne la pelle all’infinito.
Che mi rimane, chiederete voi. Mi rimangono la forza, mi rimangono gli orgasmi, mi rimangono le storie, mi rimangono la gratitudine, i sorrisi, a volte i regali. Mi rimangono pluralità infrante e saper fare di cocci rotti dei vasi interi.

Ho escluso solo l’amore, quello che ti devasta.

Barriere

Ti accarezzo da dietro un vetro, sento il freddo sotto le dita e il calore di te che attraversa il plexiglass. Mi invade il corpo, la testa, il ventre.

Mi ricordo di quando di notte il tuo corpo comprimeva il mio, non c’era luce, c’era solo il nostro ansimare, il freddo e lo scaldarsi.

E ora ciò che mi scalda in questo colloquio è il tuo sorriso, e tutto il nostro amore che supera i vetri. Mentre la mia mente va all’ansia di non sapere quando mai ci rivedremo, quando mai saremo di nuovo stretti e vicini, quando mai potremo riabbracciarci.

Penso che non immaginavo niente di tutto questo, quando quella volta mi avevi baciata, e ti avevo preso per mano e poi eri stato così carino e gentile che anche se non cercavo niente ho iniziato ad amarti dal fondo del mio utero, ed è stato più potente della testa che voleva essere libera.

Quando potremo toccarci, quando cadrà questo vetro di plexiglass, quando il nostro amore, quando i nostri corpi.

Vorrei mi fossi dentro, vorrei urlare, vorrei venire, vorrei che tu fossi mio, che io fossi tua, che il mondo fosse chiuso dentro il nostro incastro, i nostri corpi giovani, la nostra pelle liscia. Vorrei che tu venissi dentro di me, mi inondassi della tua felicità, come ora fai di parole belle, di descrizioni semplici, mentre mi parli di quella vita che vita non è.

Chissà se ancora mi pensi là dentro o ormai la tua mente va ad altro.

Ti ricordi il mio corpo? Ti ricordi i nei, le rughe, le pieghe?

Io ti racconto banalità, di spesa, di futuro, di quando sarai fuori. Cose pratiche, concerti, amici, libri e di quando ci hanno fatti conoscere, e di quanto le siamo grati.

E ti penso dentro quando esco dalla sala, quando sono fuori, e ho il cielo sopra di me. Non so come raccontarmi questa storia assurda, questa vita infame e la voglia di toccarti con la lingua piano e dappertutto che mi sale, come se potessi rifare con quella, quello che ho provato a farti con le parole del colloquio.

Ti rivoglio accanto.

Qui ed ora,

in questa

pingue

immane

frana.

Prime volte

Si stava provando il vestito per la festa ma non era soddisfatta. Troppa pancia e poco seno per riempirlo per bene. Il vestito però le piace tanto: spalle scoperte e stretto in vita rosso. Si guardava e riguardava e qualcosa non tornava e non sapeva cosa.

Avrebbe voluto un uomo, lì, in quel momento.

Il matrimonio della sua amica era il giorno dopo e posò il vestito sulla sedia.

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Caffè nero bollente

Una storia per parlare di tante storie, quelle che vivono in tante sulla loro pelle, storie di violenza, di riappacificazioni e di nuovo violenza, in spirali che sembrano infinite ma che hanno sempre una via d’uscita. Storie che passano anche per lo sportello “Una stanza tutta per sé“. Storie che sono state recitate durante una serata per le spese legali alle Cagne Sciolte.

Con l’inevitabile colonna sonora: Mannoia, Caffè nero bollente.


Ammazzo il tempo bevendo caffè nero bollente…

Alla radio passano un vecchio pezzo della Mannoia, e io l’ascolto e sembra capirmi, mentre sorseggio un caffè e guardo fuori dalla serranda. Tra le persiane si intravede una bella giornata, ma io sono chiusa in casa come al solito, come al solito guardo fuori, e non voglio uscire, ma oggi è tutto diverso.

Io non ho bisogno di te, mi basto sola…
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