Ode breve alla mano

La mano, la mia mano. La mia mano che mi sfiora è potente e potenza, è infinita, è Dea.

Mi sveglio pigramente, sempre troppo presto, e ancora penso a quest’estate calda e alle occasioni di unirmi a corpi altrui rifiutate, a chi mi vuole da tempo e a chi mi vuole ogni tanto, alla mia umida e calda fessura sormontata da una clitoride che si gonfia, tronfia, della fedeltà che tributo a lui, che non c’è e che mi manca.

Ma non manco io, non manca la mia mano, non manca la saliva, allora immergo due dita nella bocca, le carezzo con la lingua, mi cerco, se necessario, poi, lo rifarò per scoprire che sapore ho.

Fa caldo, caldissimo e la vicinanza tra corpi è complicata, e chi potrebbe passare da queste parti non è quello che ho scelto e mi viene in mente anche quel messaggio e lui che sono anni che mi vorrebbe, ma è capitato male, è capitato troppo tardi, ed è peccato come sarebbe peccato assecondarlo.

Immagino corpi, lingue, cazzi, e la mia fica umida che si contrae e rilascia e rilascia e contrae mentre penso a tutti penso a tutti, ma soprattutto a me, che sono sola e sono qui, e sono innamorata e la mano è tutti, la mano è mia, la mano che mi dà piacere e mi fa gemere e mi fa stare bene.

E allora sono pronta, posso alzarmi, un’altra giornata, ancora lavoro, vorrei smettere ma la vacanza è lontanta, la disoccupazione forse meno, i pensieri si affollano, si arrotolano su un orgasmo che è stato bello è stato mio è stato Dio.