Fessure

“Mi piacerebbe vederla. Mi mandi una foto?”.

Ma davvero, mi dice? – Pensò lei. – Sembra serio.

Si rivide a 12 anni. A 12 anni. A scoprire il sangue, i peli, a scoprire il pube, a mettersi di fronte allo specchio. Vedere se stessa al contrario, vedere la fessura tramite cui le sarebbero entrati dentro anni dopo. E al contrario quelle labbra, così diverse da come le aveva, tutto sommato, immaginate, viste nei video che rubava dal computer del padre. E poi toccarsi e immaginare chissà cos’è e com’è un orgasmo e cosa si prova, e perché non succede nulla se ci si mette un dito dentro e dove si trova il piacere invece?

Tornò col pensiero un attimo dopo alla chat. Rispose che sì, che appena avesse avuto una pausa dal lavoro l’avrebbe mandata. E poi si chiese e gli chiese come fosse il suo cazzo. E lui rispose con la risposta di sempre e che era gonfio e la aspettava.

Continuava a compilare fogli excel e intanto quelle odiate labbra si bagnavano al pensiero di lui, un lui di cui non conosceva il volto, di cui non conosceva nulla, se non i retweet che faceva, che erano spesso i 140 caratteri scritti da lei. Allora avevano iniziato a chiacchierare e si erano un po’ capiti e si erano sentiti forse meno soli. Lei di sicuro. Sentì la clitoride crescere e la sua voglia aumentare e andò in bagno e fece la foto e la mandò.

[Subito dopo pensò al suo ragazzo a casa. Pensò che era un po’ che non facevano l’amore ma che quando la prendeva era sempre come la prima volta. Pensò che mai l’avrebbe tradito. Ma quello non era tradimento, no?]

“Che bella che è”

Che bella. Che bella. Che bella. Nessuno glielo aveva detto mai. Eppure era stata con molti uomini. Nessuno le aveva detto che avesse una bella fica e lei pensava che non piacesse, come non piaceva a lei. Si sentì speciale, per quel piccolo particolare del suo corpo, per quella fessura scoperta tanti anni prima davanti a uno specchio. Volle improvvisamente vederlo. Ebbe voglia di guardarlo negli occhi e dirgli grazie, baciarlo e poi farsi scopare, con un estraneo completo, uno che avrebbe potuto essere il suo vicino di casa, come un abitante del polo nord. Non gliene importava nulla. Lo voleva. Glielo scrisse.

“Va bene, vediamoci alle 18, al Ponte Vecchio. Ci prendiamo una cosa da bere”.

Lei arrivò sorridente anche se si sentiva un po’ male e un po’ brutta e lo stomaco si attorcigliava tutto. Lui arrivò con qualche minuto di ritardo che le fece fare dei tuffi al cuore e pensare che non sarebbe mai arrivato. E anche riflettere sulla cazzata che stava facendo e il suo compagno a casa e tutto il mondo intorno che l’avrebbe giudicata, se solo avesse potuto leggerle i desideri.

Non era bello. Aveva qualcosa di affascinante, qualcosa di austero.

Era più grande di lei, lo sapeva. Dieci anni più o meno. Alto, magro, con un volto spigoloso di quelli che fanno paura di farcisi male. Lei si sentì troppo bassa e grassa, ma lui la prese per mano e il disagio dal volto si trasferì alle gambe, sempre più molle e con sempre più difficoltà. Sedettero in un bar, in cui lei non riusciva quasi a parlargli, ossessionata dal pensiero di lui che già aveva visto la sua fica e la riteneva bella, ma chissà che ne pensava del contorno.

Come a leggerle il pensiero si avvicinò e le disse piano, nell’orecchio, “sei bellissima, dal vivo. Ma si capiva da come scrivi”. Lei arrossì, abbassò lo sguardo, sentendosi una deficiente, sentendosi di nuovo ai 12 anni rimossi e che quel giorno le erano ripiombati addosso come un macigno e un’opportunità insieme.

Bevvero un pastis con un po’ d’acqua. Il sapore di anice si mescolò alle loro lingue quando si baciarono. Lui le chiese se voleva fare un giro in macchina e lei annuì finalmente sicura di ciò che voleva fare. Erano anni che non la baciavano così bene. Andarono un po’ fuori dal centro cittadino, sulla collina su cui sorge un monastero che l’abbraccia austero da alcuni secoli. Si appartarono come adolescenti nel parco lì vicino.

Lui le sbottonò i pantaloni e lei lo fece fare.

“Me la fai vedere anche dal vivo?” chiese.

E lei sorrise. E lui calò i pantaloni. Iniziò a baciarla sulle cosce e sulle mutande, che sfilò poco dopo averla un po’ morsa. Ci sapeva fare, pensò lei. E così lui continuò a leccarla, finché lei non gli chiese di entrare. Si mise il preservativo e la scopò con forza, mentre lei ansimava di piacere. Prima da davanti, poi le chiese di girarsi. Lei lo fece volentieri, chiusa nel pensiero del suo compagno, che non sapeva, non doveva sapere, cui avrebbe tenuto tutto segreto. Fu grata della posizione, come se avesse evitato di far leggere nel suo sguardo il pensiero su un altro. Lui le venne addosso levandosi il preservativo. Sentì il calore sulla schiena e poi il peso del corpo di lui.

Rimasero un po’ in macchina, poi andarono a guardare la città illuminata e gli ultimi raggi di sole che morivano piano. Si tennero per mano e si baciarono. Poi tornarono in città.

Lei tornò a casa e si fece una doccia. Poi si infilò nel letto accanto al compagno, ne solleticò il membro con la bocca e poi fecero l’amore. L’orgasmo fu tutto il mondo che le entrava dentro, con i suoi sensi di colpa e la sua voglia di tornare quella di sempre. Il giorno dopo lei cancellò il suo account. Non lo vide più e in effetti continuò a pensare che forse l’aveva solo sognato, in un giorno caldo di Giugno.