Lei ha le labbra carnose di chi ci ha speso i soldi per assomigliare a quello che voleva essere. Io ho una barba riccia e folta che affonderei volentieri tra le sue labbra, ma quelle più in basso, quelle che sono sicuro essere lisce come quelle di una bambina. L’annuso quando passa. Lei e il suo profumo di vaniglia.
Ha i jeans stretti su gambe e natiche perfette, a vederla da dietro non dimostra i suoi 40 anni. Quando posso cerco di passare a salutarla, le suono dal muletto e il capannone in cui lavoriamo mi sembra il posto migliore in cui potrei essere. Se solo riuscissi ad averla, lo sarebbe sul serio.
Pamela tratta pesanti colli con le unghie laccate, si china e diosolosa cosa penso di lei quando lo fa.
Io continuo a spostare pedane e cerco di non pensarci, altrimenti qualcuno si potrebbe accorgere dei miei rigonfiamenti, di come premo sui pantaloni per essere liberato.
Sono mesi ormai che la penso. Lei mi sorride, magari ci sta. Ci provo, oggi ci provo.
La invito a prendersi un caffè e a farcene una sulle scale antincendio. Viene subito e io le porto il caffè, e mentre lo beviamo inizio a prepararla. L’accendo, aspiro una lunga boccata di fumo, mi entra nei polmoni, gliela passo, ormai sono così vicino, così vicino, e provo a baciarla. Si ritrae col collo e ride, come se ridesse di me e della situazione, ma io non demordo e ci riprovo. Mi bacia lei, a quel punto. Fa un altro tiro e poi si guarda intorno. Siamo all’ultimo piano, qui non c’è mai nessuno, eccetto chi viene qua a scopare nelle rare pause concesse dalla catena di montaggio. Ma siamo di turno di notte, la lavorazione è quasi finita, non dovrebbero esserci problemi. Il pantalone mi scoppia. Pamela mi passa una mano sul cazzo, e io vorrei solo scappare via, perché temo che verrò in due secondi netti.
La faccio girare con decisione e le carezzo la fica da sopra i jeans, che poi apro e abbasso. Lei sembra gradire la proposta. Chi lo avrebbe immaginato? Mi avvicino e le bacio l’orecchio, annuso ancora quel profumo alla vaniglia e le tocco il seno, sodo e turgido. Sono pronto a entrarle dentro, e lo faccio due secondi dopo, giusto il tempo di slacciarmi i pantaloni. La sua fica umida e accogliente è liscia come la immaginavo, il mio cazzo entra senza difficoltà mentre lei sta appoggiata alla balaustra delle scale. Siamo quasi appoggiati alla porta, da qui nessuno può uscire, ma da sotto potrebbero vederci e il mio cervello si eccita ancora più di quanto non lo faccia il mio cazzo. Pamela non dice niente. Non ha quasi parlato da quando l’ho invitata fuori, chissà se si aspettava la mia proposta.
Quando sto per venire esco e la sporco giusto sulla fessura del culo, blocco lo sperma con una mano e ne approfitto per metterle un dito nell’ano. Le chiedo se abbia un fazzoletto. Me lo dà e la pulisco dal mio sperma, che l’aveva aspettata tanto. Poi viene il suo momento, la rigiro di nuovo, senza toglierle quel dito da dentro. La lecco veementemente mentre muovo il pollice nella vagina e me l’avvicino forte con l’altra mano stringendole una chiappa. Mi viene addosso quasi fosse un uomo, tra liquidi e gemiti. Salgo e la ribacio. Chissà se succederà ancora.
Mentre salgo noto che la mano con la quale mi aveva tenuto la testa tutto il tempo all’anulare ha un anello.
– Pam, sei sposata?
– Si.
– Ci rivediamo?
– Vedremo.
Non mi aveva mai parlato del marito. Non che avrebbe cambiato qualcosa.
Ci ricomponiamo e torniamo a lavoro. Un’altra mezz’ora e arriverà il giorno, torneremo a casa, dormiremo, finalmente.