Caffè nero bollente

Una storia per parlare di tante storie, quelle che vivono in tante sulla loro pelle, storie di violenza, di riappacificazioni e di nuovo violenza, in spirali che sembrano infinite ma che hanno sempre una via d’uscita. Storie che passano anche per lo sportello “Una stanza tutta per sé“. Storie che sono state recitate durante una serata per le spese legali alle Cagne Sciolte.

Con l’inevitabile colonna sonora: Mannoia, Caffè nero bollente.


Ammazzo il tempo bevendo caffè nero bollente…

Alla radio passano un vecchio pezzo della Mannoia, e io l’ascolto e sembra capirmi, mentre sorseggio un caffè e guardo fuori dalla serranda. Tra le persiane si intravede una bella giornata, ma io sono chiusa in casa come al solito, come al solito guardo fuori, e non voglio uscire, ma oggi è tutto diverso.

Io non ho bisogno di te, mi basto sola…

Fiorella Mannoia canta quello che vorrei urlare al mondo, come se non fosse scontato, come se fosse tutto nuovo. E la novità è il mio essere sola.
Poi a un tratto mi blocco e fermandomi ripenso alla sua mano sul mio collo, le sue dita sulla mia pelle, morbida, la sua pelle, morbida, tranne nelle dita feroci e stupende.
Mi amava come diceva?
So che non è così so che lui non mi ha mai amata, so che i suoi erano pretesti e che pretestuosamente mi si avvicinava e ne voleva ancora e io non sapevo come dire di no, e un po’ forse mi piaceva che avesse bisogno di me, mi cercasse tanto da togliermi l’aria, il respiro, la vita.
Sento ancora la sua mano sulla mia testa spingerla dopo avermi infilato la lingua in bocca prepotentemente, sento ancora la sua forza e il collo piegarsi mentre mi tirava i capelli e sento ancora quando smettevo di fare forza e aprivo la bocca e mi entrava dentro e io non volevo e non potevo deglutire perché mi finiva in fondo alla gola e sentivo la nausea salire come il suo cazzo che faceva su e giu.
Nella mia testa.
Ora la testa mi scoppia, il caffè non basta, forse dovrei uscire e prendermi una birra e vedermi con delle amiche. Potrei chiamare Sonia, potrei chiamare Antonella. Loro sembravano capirmi sempre e rispondere sempre la cosa giusta, io invece ero sempre così impacciata e goffa e non sapevo mai che dire quando mi parlavano dei loro guai.
Ma quali amiche potrei chiamare? Lui mi ha fatto litigare con tutte. Perché mi amava, diceva, non poteva sopportare di pensarmi con altre persone intorno, anche se andavamo solo al bar a fare colazione diceva che ci sarebbe stato chi mi avrebbe guardato le gambe, il collo, che avrebbe voluto penetrarmi le labbra. Mi diceva che quelle labbra erano solo sue. Erano troppo belle per darle ad altre persone.
Allora uscivo poco e uscivo solo quando c’era anche lui, che non era poi tanto socievole con le mie amiche e se ne stava sempre in disparte. Invece, sapeva sempre fare battute con i suoi di amici, e a volte non riuscivo a sentirle e pensavo sempre fossero su qualcuna delle ragazze che passava, ma quando provavo a dirglielo mi diceva che ero troppo gelosa.
Tornavamo a casa, finalmente, e il fatto che lui mi spogliasse mi sembrava così bello. Mi guardava a lungo, anche se avevo un po’ freddo, e mi piaceva gli piacesse il mio corpo, mi sembrava non fosse mai piaciuto a nessuno così tanto. Poi mi chiedeva di succhiarglielo di nuovo e io mi chinavo, lui era quasi sempre in piedi, anche se non mi piaceva quando spingeva il suo cazzo fino in fondo, continuavo. Continuavo finché non veniva, e dovevo ingoiare, perché se no lui mi chiedeva
– non ti piace quello che ho da darti?
con una voce così tenera e triste al tempo stesso che era impossibile dire di no senza sentirsi in colpa, come se stessi rifiutando lui. E lui era bello, cristo, era il più bello con cui fossi stata, ed aveva scelto me. Ed era uno che sapeva fare le battute che sapeva muoversi  nel mondo, aveva un appartamento curato e faceva un lavoro che gli piaceva, aveva i suoi amici, tutti bellissimi, con cui giocava a calcio un pomeriggio a settimana, o con cui vedeva le partite a casa. Il tipo perfetto.
E aveva scelto me. E io ero niente, a scuola non mi guardava nessuno e mi sentivo così sola, anche quando uscivo tutte le sere per fare qualcosa di diverso, con persone diverse, perché questa cosa di essere single mi faceva malissimo. Eppure avevo tanti interessi, andavo a ballare, leggevo e studiavo le lingue. Ogni tanto concerti, teatro, montagna. Ma sempre sola. Cioè senza un uomo.

Ora sono sola.
La parola rimbomba nella stanza vuota, con qualche piatto frantumato in terra.

Ho paura. Ho paura di queste pareti vuote.

Guardo il letto e ripenso a quante volte ci sono venuta. Lui mi stringeva e sapeva farmi godere, anche se non lo faceva sempre. Era come se centellinasse il mio piacere per farlo esplodere meglio, mentre per lui si prendeva ogni anfratto, ogni poro, e spesso e volentieri mi girava e diceva che ero così perfetta con quel culo accogliente solo per lui.
Io ci credevo. Mi faceva male e non riuscivo mai a stare bene quando lo faceva così. Lui lo sapeva. Ma spingeva forte e riusciva comunque a entrare e io aspettavo solo che finisse, solo che finisse.
Ma mi piaceva il modo in cui mi guardava dopo. Mi piaceva perdermi nei suoi occhi blu che mi dicevano “Ti amo”.

Mi ricordo quella volta, Luca, quando ho provato a salirti sopra, perché mi ricordavo che ai ragazzi prima di te piaceva e piaceva tanto anche a me. Mi hai dato uno schiaffo. Era il primo schiaffo. E mi hai messa carponi con una spinta. E mi sei  salito sopra, mentre a me scendeva una lacrima sul viso, poi mi hai chiesto scusa, mi hai detto che eri tu che volevi guidare, come se stessimo ballando un Tango, e che non ce la facevi se guidavo io, e mi chiedesti scusa così tante volte e così a lungo mi baciasti che io ero quasi più eccitata di prima, e intanto mi entravi dentro, per la prima volta senza preservativo, e io non ti dissi niente, perché ti volevo tutto, anche se avevo paura e tu lo sapevi perché te ne avevo parlato a lungo.
Ma eri il mio uomo, e mi piacevi così tanto quando mi stringevi la mano mentre andavamo a una mostra, o appoggiavi la testa sulla mia spalla quando eravamo al cinema e profittavi della luce spenta in sala per mettermi una mano sulla coscia e poi farla salire pian piano.
Mi piacevi Luca, perché mi hai fatto tutto questo?
Siamo stati insieme due anni e per due anni hai preteso tutto, io invece non potevo mai pretendere null’altro che penderti dalle labbra, aspettare i tuoi baci e aspettare che mi proponessi di fare qualcosa, perché le tue proposte erano sempre meglio delle mie.

L’altro giorno avevate una festicciola tra amici, era finito il torneo che disputavate con la squadra e facevate un’uscita soli uomini. Sei tornato a casa che puzzavi di alcool e il tuo sudore aveva l’odore acido della cocaina. Io dormivo. Sei entrato in camera tronfio, come se io avessi dovuto aspettare solo te, e io ti ho salutato timidamente, mentre tu pretendevi di più e mi sei venuto addosso con una foga che non conoscevo e mi hai spogliata senza chiedermi nulla. Ma io volevo dormire e te l’ho detto e tu mi hai detto che non te ne fregava nulla e che ero la tua troia, e dovevo aprire le gambe o tu mi avresti abbandonata e mi hai detto che senza di te non ero nessuno. E io non ce l’ho fatta nemmeno stavolta a dirti di no, ma piangevo e a te non fregava nulla. Non era la prima volta ma stavolta mi hai fatto male sul serio e mi hai fatto male dentro e mi è montata una rabbia dopo, che avrei voluto alzarmi e ucciderti così, nel nostro letto. Ma non sono capace di uccidere nemmeno le zanzare e allora sono rimasta con gli occhi spalancati a guardare il soffitto.

Ora, Luca, ti ho lasciato. Sono sola a casa nostra, e ti aspetto con le scatole pronte davanti alla porta. Perché questa è l’ultima volta che voglio vederti, poi voglio andarmene da questa casa galera e ricominciare da capo, sperare che le amiche di una volta non mi abbiano dimenticato, e in caso cercarne di nuove, ricominciare a lavorare ai miei progetti e ricominciare a godere del mio corpo.

Riprendermi ogni buco, ogni poro, e farmi stringere da qualcuno o da nessuno, ma sicuramente non da te.

Il sole tramonta fuori dalla persiana. Io piango. Mi manchi, mi mancano le tue labbra, mi manca il tuo corpo. Perfino i tuoi ordini. Pulisci, metti a posto, ma cosa fai là sul divano? Esci no? Accendi la tv. Eppure sento che ce la farò, che questa vita che mi spaventa così tanto non sarà impossibile da affrontare.
Perché più che sola, ora sono libera.