“Se avessi una figlia la chiamerei Elettra. Tanto, spigolosa come sono, il padre se ne andrebbe di sicuro come il vento”.
Agnese pensava così in una uggiosa mattina di gennaio, non troppo fredda ma nemmeno con quei colori che certo freddo invernale sa dare al cielo su Roma. Insomma, una giornataccia, metereologicamente parlando.
Camminava, muoveva i fianchi già un po’ troppo larghi per la sua età con piglio nervoso, e aveva un’infinita lista di cose da fare in testa. La spesa, il lavoro, l’attività con l’associazione culturale di cui faceva parte, yoga per buttare giù il nervoso di un inizio causa sul lavoro che non aveva assolutamente voglia di affrontare.
– Un cavolo rosso, due chili di cipolle, e due di patate, grazie.
– Senz’altro, le metto anche due aromi. Buona giornata!
– A lei.
Sorrise infilando la spesa sotto il braccio e uscì dal mercato per correre a casa a lavorare. Le erano rimasti un bel po’ di conti da chiudere, il lavoro non le mancava e non si lamentava, ma a volte pensava che non valeva troppo la pena vivere se era solo per lavorare. Saltò il pranzo, tanto ormai era abituata, e andò a yoga.
Tra un saluto al sole e l’altro, tra un prendere fiato e un allungare il lungo collo in avanti, si accorse che accanto le sorrideva Azzurra, così bella e diversa da lei. Agnese era bassa, con i fianchi larghi, aveva capelli corti neri e indossava gli occhiali. Si sentiva ed era un essere goffo, che il più delle volte la gente amava proprio per quell’aurea buffa che la circondava. Azzurra era alta, con i capelli lunghi e biondi e gli occhi chiari che splendevano della limpidezza di chi è pulito dentro. Era morbida, ma magra. Agnese si sentì a disagio ed arrossì, mentre il cuore le batteva all’impazzata dentro la cassa toracica, totalmente fuori sincrono rispetto al suo respiro lento, che cercava di seguire quello dell’insegnante. Agnese non aveva mai provato una sensazione del genere di fronte a una donna. Le era capitato quando era molto giovane e le piaceva qualcuno, forse al liceo. Il calore che sentiva sul viso, però, non mentiva. Era il calore dei suoi sedici anni quando vedeva Emanuele con gli altri in comitiva e diventava scema, perdeva la favella e non sapeva più che fare e come comportarsi. Distolse lo sguardo da Azzurra e continuò a torcersi nelle varie posizioni che le suggeriva l’insegnante. Quando finì la lezione era stanca, ma non si sentiva svuotata come al solito, aveva preso il posto della consueta ansia lavorativa una sorta di nodo allo stomaco che non riusciva a sciogliere, nonostante provasse a deglutire.
Azzurra la osservò riporre il materassino nell’apposito armadio, la seguì nel gesto, e la guardò intensamente con i suoi pungenti occhi di ghiaccio.
Agnese si girò.
– Vuoi venire a prenderti un aperitivo con me? C’è un posto qui vicino che mi piace molto, ma non so mai con chi andarci.
Agnese sentì che stava per avere un infarto. Con l’ultimo fiato che aveva in corpo rispose di sì flebilmente, annuendo con la testa.
“Allora le piaccio. O forse no. Forse è solo che davvero non sa con chi prendersi un aperitivo. Ma come potrei piacere a una così, con la pancia floscia in evidenza in tutte le asana che assumiamo…lascia stare e poi io non sono lesbica e figurati se lo è lei. Devo smetterla di essere rossa in volto”.
Azzurra la accompagnò nel bar che le piaceva. Si chiamava Dos de dos e lo gestivano due donne. Agnese pensò che forse stavano insieme. Poi pensò che non era importante e che non capiva perché si facesse tante domande sull’orientamento della gente quella sera. Prese una birra e l’aperitivo. Il piatto era ottimo, un tris di bruschette con salsette particolari ed estremamente buone. Qualcosa di piccante che la fece bere un lungo sorso di birra e quasi strozzare, sempre più impacciata, mentre guardava, senza sentire cosa dicessero, le labbra di Azzurra. La quale effettivamente stava parlando di massimi sistemi e naturopatia.
Agnese uscì dal torpore quando Azzurra le propose di fare due passi.
– Dove abiti?
– Io qui vicino, tu?
– Anche io. Mi accompagni verso casa?
– Certo.
Agnese accompagnò Azzurra attraversando il parco. Non le piaceva camminare al buio in quella zona, anche se sapeva che non cambiava poi molto tra buio e luce. Pensò che non aveva voglia di tornare indietro. Magari poteva chiedere ad Azzurra se quella notte la ospitava, anche se ci avrebbe fatto la figura della ragazzina a dirle il motivo.
Arrivarono sotto il portone di lei.
– Amaro da me? Ho una bottiglia di Braulio e una di Del Capo.
– Volentieri.
Salirono le scale, Azzurra aprì la porta lentamente, troppo secondo Agnese, entrarono e le versò nel bicchiere del Braulio, l’amaro preferito di entrambe. Sorrise e Agnese non ce la fece più e la baciò. Pronta a reazioni di scatto. Invece Azzurra spalancò le labbra, le concesse la lingua che aveva ancora il sapore zuccherino dell’amaro appena bevuto.
Agnese si avvicinò poco a poco, determinata. Azzurra si spostò sul divano e Agnese le carezzò il fianco e come presa da una fame antica mise una mano tra le sue gambe. Azzurra non sembrò scandalizzarsi e le aprì. Agnese le sbottonò il pantalone e le infilò una mano nelle mutande, mentre continuava a baciarla. Azzurra le cominciò a toccare il seno, i capezzoli duri anche sotto due strati di vestiti, poi le mise una mano sotto la maglia, le percorse la schiena, mentre iniziava a vibrare per gli stimoli dell’altra. Le tolse la maglia, mentre stava quasi venendo, e Agnese le tolse i pantaloni, per trovarsi di fronte a quella cosa così conosciuta e così sconosciuta al tempo stesso. La assaggiò prima piano, come per un cibo che non si conosce bene. Prima ai lati, poi la clitoride con la punta della lingua, poi le labbra. Aveva un buon sapore. Appoggiò un dito all’inizio dell’apertura, che si stava inumidendo, e senza forzarlo si mise a leccarla sopra, a succhiare a tratti la clitoride, a inondarla di saliva. Il dito intanto entrava sempre di più e ne appoggiò un altro, fin quando non furono dentro. Azzurra le chiese di girarsi e lei le offrì la propria intimità rapidamente, continuando a stimolarla dentro e fuori. Quando Azzurra le toccò la fica era talmente umida che c’era poco da fare. La baciò con il fare esperto di chi sa cosa cerca, le aprì le gambe e continuò a leccare e entrarle dentro con le dita che esploravano tutti i buchi e le afferavano le natiche e la aprivano per meglio mangiarla, mentre veniva e ansimava e inondava di liquido Agnese. Furono necessari pochi istanti in più per Agnese, che sentì la vulva contrarsi intorno alla mano che senza troppi problemi le era penetrata dentro. Chiuse le gambe e catturò la mano di Azzurra, respingendone la destra. Fu per lei un orgasmo col botto. Di quelli da fuochi d’artificio in testa, palazzi che crollano intorno, terremoti in pancia. Dimenticarsi la propria solitudine, dimenticarsi il lavoro, i soldi, l’affitto. Non c’era più nulla se non lei, il proprio corpo, bellissimo stupendo potente. Nella sua ciccia, nella sua goffezza. Era la regina, l’imperatrice, di quel tempio che le avevano assegnato, sacerdotessa del sacro orgasmo. Rimasero incastrate le une nelle altre per un po’, senza muoversi, Azzurra ancora con la mano tra le gmbe di lei, ora rilassate e che lentamente la lasciarono uscire, Agnese con la testa persa in quell’odore di lei nuovo e piacevole. Poi Agnese si girò e abbracciò Azzurra.
– Era tanto che volevo invitarti per un aperitivo. Non pensavo sarebbe andata così bene, pensavo fossi etero.
– Lo sono. O lo ero, non so più che sono.
– Sei bellissima.
– Non credo. Tu lo sei.
– Sei bella. E sei brava a letto. E sei pure simpatica quando non ti perdi nei tuoi pensieri.
“Erano le tue labbra, in cui mi perdevo, scema”. – Grazie, ma menti. Però mi piaci un sacco anche se sei bugiarda.
– Quando ci rivediamo?
E la baciò. E Agnese pensò che i conti di lavoro potevano aspettare e che voleva rifarle l’amore fino all’alba almeno.