Sono sull’autobus, traballa mentre distrattamente mi mordo il labbro inferiore, come a sottolineare un pezzo di me che amo.
Persa nei miei pensieri mi rendo conto che, di nuovo, lo sto pensando.
Se ne accorge prima il mio corpo della mia testa, intenta a seguire albericasepersone che si susseguono al di fuori del finestrino.
Risento le sue dita lunghe e fine passarmi sulla pelle e, come per caso, incontrare il metallo che mette tra parentesi il mio capezzolo. Poi ridiscendere e risalire, con l’aria di chi fa le cose con innocenza.
E le mie cosce, non più chiuse come le chiese quando ti vuoi confessare.
E i miei piedi che si allungano e si tendono come tutto il mio corpo, e il suo collo teso verso il soffitto.
Allora la mia clitoride si sveglia tra una buca e l’altra, credo proprio che un asfalto troppo liscio ucciderebbe la mia fantasia.
Non capita tutti i giorni, ma oggi ringrazio anche l’esser femmina nell’assenza di rigonfiamenti tra le gambe che renderebbero palesi e materiali a tutti i viaggiatori sull’autobus i miei pensieri.
Allora arrossisco, o comunque ho le guance in fiamme, a pensare a quei viaggiatori, a cosa gli nascondo. Mentre mi torna in mente quel letto, quell’umido, quelle mani, quel mio corpo, tutte le bugie che ci siamo raccontati per non scambiarci fluidi, che poi ci eravamo fatti troppe canne per averne e ci siamo svegliati con fauci secche e occhi gonfi.
E ci penso e accavallo di nuovo le gambe, i jeans strusciano sulla mia pelle.
Ancora qualche buca e vengo.
Colonna sonora:
Rino Gaetano, I sei ottavi.