Se ne stava seduta al bar, con un chinotto di fronte e il giornale tra le mani. Giocherellava con il piercing sulla lingua passandoselo sulle labbra, mentre la testa seguiva poco le parole dell’articolo e andava al pensiero della casa. Quella notte aveva sognato un crollo, e nel risvegliarsi si era sentita addosso tutto il peso dei venti anni di mutuo che l’aspettavano. Dopo lavoro si era fermata a rinfrescarsi al bar, a riposare.
Paolo aveva appena finito con uno dei numerosi lavori con cui tirava avanti, con cui sognava la famiglia perfetta, e con cui avrebbe aperto magari tra qualche anno un bar. Si arrangiava con piccole riparazioni, ogni tanto guidava e metteva in linea uno di quei furgoni che vengono usati per le dirette video, pieni di lucine.
Aveva appena litigato con la ragazza e decise di prendersi un paio di campari corretti per non pensarci troppo. Dopo, sarebbe tornato da lei, le avrebbe chiesto scusa per la sua dose di stronzaggine e le avrebbe fatto l’amore come non lo facevano da un po’. Sperava. Per ora era solo il momento di calmare i nervi e di capire perché lei si era arrabbiata così tanto per quello che a lui sembrava così poco.
Rimase al bancone, mentre Valentina, la ragazza al tavolo, continuava a essere immersa nella sua stanchezza. Quando lei si alzò per pagare, Paolo la seguì con lo sguardo e la trovò bellissima. Sentì che forse era dovuto alla stanchezza, magari ci vedeva doppio, o forse era una visione, la visione di lunghe gambe e di morbidezze accoglienti, per poi salire al collo affusolato e alle labbra e agli occhi e ai capelli raccolti in due crocchie un po’ adolescenziali.
Gli uscì un “ti va un campari?” spontaneo quanto seguito dall’immediato pentimento. Lei si voltò, sorrise di sbieco e guardò a terra, per poi ringraziarlo, ma no, non le andava. Lui si sentì sollevato e lei uscì.
Valentina iniziò a camminare piano, pensando a quel ragazzo dal fisico asciutto e probabilmente più giovane di lei che l’aveva invitata al bar. Si sentì piena di un calore che non c’entrava niente col clima, ma che bollò come inutile senso di fallimento che provava da un po’, nel suo essere ormai bollabile come zitella a tutti gli effetti. Le amiche intorno facevano figli, andavano a convivere, vivevano relazioni intense. Alcune erano relazioni violente, relazioni orrende e che la spaventavano, e proprio oggi una sua collega gliene aveva riportata con nochalance un’altra…Insomma, declassò la sua momentanea felicità a una probabile illusione nel panorama di infelicità in cui sentiva di trovarsi.
Lui si sentì sollevato per un momento. Poi triste, si chiese perché gli fosse piaciuta tanto, perché non riuscisse più a trovare lo splendore nella sua relazione, che ormai da anni lo faceva innamorare e che ora sembrava spegnersi poco a poco. Poi uscì dal bar e la cercò con lo sguardo. Era ancora lì vicino, aspettava l’autobus con gli auricolari nelle orecchie. Le si avvicinò.
- almeno posso sapere come ti chiami?
chiese.
- mah, guarda, non credo siano affari tuoi.
Rispose lei sulla difensiva.
- hai ragione, va bene. Ti lascio il mio numero e facebook. Se ti va fatti sentire. Ciao.
Le lasciò un foglietto che lei guardò perplessa e poco dopo, a casa, decise che forse sì, poteva sbirciarne la pagina. Vide alcune cose che le piacquero. Vide che amava i viaggi, le moto, la buona musica e la birra. Non sembrava uno che non facesse nulla dalla mattina alla sera, frequentava i “suoi” posti in quella città capoluogo, ma in realtà già tanto provincia. Andava spesso in un pub gestito da migranti, un progetto tirato su con l’aiuto di un finanziamento europeo. Pensò di passarci dopo cena, pensò che magari l’avrebbe trovato.
Lui non c’era, ma c’erano Alfredo e Deborah, e si prese una birra al tavolo con loro, sentendosi in una canzone degli 883 (quando lo pensò un brivido le percorse la schiena).
Paolo intanto era andato a casa, lei non c’era. Aveva bevuto un campari d’emergenza e si era messo a dormire. Nel letto vuoto si era cercato un po’, prima lentamente, come per darsi una carezza prima di andare a dormire. Poi sempre più forte, fin quando non si sporcò con il pensiero di Valentina. Si alzò per pulirsi e la ragazza non era ancora tornata e si sentì a disagio. Pensando ai suoi pensieri impuri pensò a quello che forse stava facendo lei. Scacciò la gelosia dalla testa e cercò di dormire. Rimase tutta la notte fissando il soffitto, e lei non rientrò.
Intanto anche Valentina era rientrata a casa, era ubriaca, e fece una di quelle cose che fanno gli ubriachi: gli scrisse su facebook. Il cellulare di Paolo si illuminò e lui lesse il messaggio. Ma non rispose perché gli era sembrato già troppo quel pensiero di lei mentre si masturbava.
Valentina andò a dormire, con il solito senso di insoddisfazione che ormai l’accompagnava. Se ne fece una prima di dormire, sapeva che altrimenti avrebbe passato la notte a rigirarsi nel letto. Fece sogni complicati, con i suoi amanti passati che la vennero a trovare tutti insieme. Si svegliò ancora peggio, guardò il cellulare e maledisse quel messaggio. Andò a lavoro.
Paolo non lavorava quel giorno, quando si svegliò di nuovo senza di lei, senza nemmeno un messaggio, pensò che forse poteva scrivere a Valentina (finalmente sapeva il suo nome!) e scusandosi per non averle risposto la notte prima la invitò a bere una birra, anche quella sera. Quando Valentina lo lesse si sentì il calore dentro. Non sapeva nemmeno perché, lui era uno sconosciuto e al massimo l’avevano attratta gli occhi neri e le spalle, ma sapeva bene che non bastavano a farsi piacere qualcuno.
Si videro quella sera in un pub del centro. Birre artigianali amare e ad alta gradazione ne accompagnarono le risate e quando un’amica la chiamò si presero per mano. E quando attaccò al telefono lui le chiese che ci stessero a fare mano nella mano. E lei sorrise. E lui si avvicinò e la baciò e si piacquero e si baciarono di nuovo. E poi lui le morse il labbro inferiore e mentre sentì che qualcosa premeva nei pantaloni le disse: “Andiamo da te?”
Lei nemmeno rispose, lo portò alla cassa e quando uscirono salirono sulla moto di lui:
- Abito un po’ fuori, verso la porta. Ma tanto con questa ci mettiamo un attimo
E lui diede gas e furono a casa sua, dopo che lui le era entrato sotto la coscia con la mano per quasi tutto il viaggio e lei sentiva che doveva levarsi le mutande il prima possibile, o sarebbero sembrate appena uscite dalla lavatrice.
Entrati a casa lui la spinse sulla porta, che così si chiuse. E lui le tirò su la gonna e scese in ginocchio e le abbassò le mutande e iniziò a farsi strada dapprima col naso e poi con la lingua. E lei si aprì e iniziò a stare bene come non stava da tempo. E le parse troppo strano e troppo bello che quel tipo del bar fosse lì in quel momento. E lo portò sulle scale del soppalco su cui si trovava il letto. E lì iniziò a slacciargli i pantaloni.
Lui le disse: “Mi piaci, sai?” E lei diventò rossa, mentre lo accarezzava e lui si induriva poco a poco.
A Valentina vennero in mente in un lampo i suoi precedenti amanti e quanto le mancasse il sesso.
A Paolo, per un attimo di defaillance, la sua ragazza e chissà dov’era e chissà se faceva ora con qualcuno quello che lui faceva con lei e poi pensò chissenefrega, ma anche qualche rizzati su cui si impuntò particolarmente finché non sentì che anche per il suo membro la mano sconosciuta era divenuta amica. E proprio in quel momento si inumidì un po’ la punta, mentre Valentina scivolava in basso, gli baciava la pancia piano piano fino ad arrivare lì. E Paolo si sentiva già troppo eccitato, come se un altro bacio l’avrebbe condotto a esploderle in faccia con poca creanza e senz’altro con altrettanto scarsa modestia. Strizzò gli occhi e si concentrò sul soffitto, le finestre, le tende, e quello che lei aveva in stanza, che alla fine non la conosceva per niente. Vide dispiegarsi sugli scaffali libri di Lansdale e Adichie Ngozi, fumetti di Gipi e Bechdel, e qualcosa che non conosceva. Lui aveva mangiato Gramsci e Pasolini quando era più giovane e lì si erano fermate le sue letture colte. L’ammirò. Staccò per un attimo il pensiero da quegli scaffali e si ritrovò preda della sua lingua, della sua bocca, delle sue labbra. E fu un attimo che il suo piercing stimolava il glande mentre il resto della bocca si impegnava ad aprirsi e contenerlo tutto.
Quando fu completamente affondato nella sua gola cominciò a non capirci più niente, si chiese se tutti gli amanti di Valentina fossero stati così fortunati, passò in successione i pensieri che lo facevano distogliere dal piacere ma poi fu troppo e le dovette strappare la testa via per evitare di inondarla. Era ancora in piedi ma le gambe non gli reggevano quasi più. Valentina se ne accorse, con una spinta lo buttò sul letto e finirino tutti e due sdraiati, lei sorrideva di sbieco e lo guardava, lui con gli occhi chiusi e il piacere in volto. Lei iniziò a giocherellare con i suoi peli pubici e si addormentarono quasi subito.
Dopo un po’, forse un’ora, forse due, Paolo si svegliò e iniziò ad accarezzarla con dolcezza, fin quando lei non aprì gli occhi. Lui le chiese se a lei andava e lei rispose di sì, indicandogli un cassetto in cui custodiva i preservativi. Se lo infilò quasi subito, si fece strada con due dita e un po’ di lingua e poi entrò dentro di lei. Valentina si sentì incastrata in un corpo perfetto, e lui si muoveva bene dentro di lei. Aveva il fisico asciutto e secco e gli addominali bene in vista e andava avanti e indietro veloce ma senza farle male. Era bello. Vennero insieme quando lui le alzò un po’ il gluteo con una mano, dopo essersi baciati e leccati le labbra come animali. Risero a lungo dopo, e fu come se il tempo fosse sospeso.
Quando suonò la sveglia Paolo si ricordò che quel giorno anche lui lavorava e doveva anche andare di corsa a prendere quel cavolo di camper per montarlo prima del concerto. Lei si alzò, evitò accuratamente la doccia per non togliersi l’odore di lui di dosso, si vestì e odorandosi i polsi che sapevano di lui più di tutto (chissà perché poi) se ne andò a lavoro. Si baciarono in fretta, a stampo, e lui promise di richiamarla.
Quella sera, dopo il lavoro, lei andò di nuovo al bar verso casa dove aveva incontrato Paolo la prima volta. Ordinò un altro chinotto con ghiaccio, lo bevve piano leggendo il giornale e iniziò ardentemente a sperare in una chiamata di lui.
Paolo invece tornò a casa, e trovò la sua ragazza su tutte le furie. Perché non era tornato a dormire la sera prima?
- Potrei dire lo stesso, mia cara, dov’eri due notti fa?
- Ero da mia sorella che sta per partorire, dove cazzo credevi che fossi? Invece tu? Dov’eri tu?
Urlò lei lanciandogli un libro che lui schivò prontamente (non senza però che si creasse un buco nel muro per colpa dello spigolo della copertina).
- Ero da Carlo.
- Ma falla finita. Carlo ieri era a Monza. Dov’eri?
E dopo molti altri oggetti sul muro e molti altri dov’eri lui ammise in lacrime cosa avesse fatto. E lei lo colpì a mano aperta e se ne andò di casa. E lui pianse tutto quello che sapeva piangere. E Valentina lo cercava e lui non rispondeva. E allora pure Valentina pianse e cancellò il numero.
E poi, poi successe che la ragazza di Paolo tornò a casa. Lui l’aveva supplicata, implorata e voluta per giorni. E una mattina si presentò a casa.
- Ho deciso che voglio stare con te. Pure se sei uno stronzo. Però ti avverto che semmai ci sarà un’altra volta, questa casa te la smonto in testa.
Lui la prese in parola. Cercò anche di dimenticare Valentina, e di capire come diavolo gli fosse venuto in mente di andarci a letto o di lasciargli il suo contatto. La verità è che non lo sapeva. Non aveva ragioni, né scuse. E nemmeno la dimenticò. E forse amava ancora di più la sua ragazza dopo quella bella e breve incursione in un letto diverso.
Non vide Valentina per mesi.
Un giorno Valentina, pulendo casa, ritrovò il foglio su cui era segnato il suo numero. Lo chiamò. Si videro per una birra, imbarazzati come non mai. Non seppero che dirsi. Lui se ne andò e lei pensò che a volte una bella scopata deve rimanere solo una bella scopata, senza fronzoli, senza aspettarsi niente mai.