Camera con vista

La stanza ha poca luce, di giorno, ma non ci sto mai e il tran tran quotidiano è il solito delirio di lavoro, genitori da accudire, figli di amici da tenere. Quando torno a casa, il fatto che sia così vuota mi stupisce sempre, cozza con una vita così piena. Così ho iniziato, un po’ per gioco, a passare qualche ora con degli uomini.

A me gli uomini non sono mai piaciuti: sarà la barba, saranno le spigolosità del corpo, i genitali impudici ed esterni. E con le donne ho scarso successo. Sarà per questo che il mio unico inquilino è un gatto. Ma insomma, ad un certo punto della mia vita mi sono accorta che a quegli uomini, che non avevo mai amato, piacevo. E piacevo tanto. Ci avevo provato, allora, ad amarli. Mi ero dedicata a cene da tre portate e a soddisfare il loro corpo, a conoscerne i segreti. Avevo impararo a venire e farli giocare col mio corpo, a farmi baciare i capezzoli e mordermi le labbra. E mi illudevo che fosse amore e che il suo segreto fosse negli orgasmi simultanei. E ogni volta era una battaglia, lo scontro e il finale tragico: ci lasciavamo e io finivo a piangere in ogni angolo della città. Mentre facevo la spesa, lavoravo, leggevo. Non dormivo più. Poi, ricominciavo. Un uomo nuovo, un nuovo giro un nuovo incastro, di nuovo la mente, il corpo, essere uniti. Sorridere, fino a che non ritornava l’impatto, duro, con la realtà.

Avevo deciso di cambiare in un giorno di primavera, guardando un canale che passeggiava di fronte all’antico acquedotto. Avevo iniziato ad accogliere gli uomini solo durante l’oscurità, quando più ne avevano bisogno. Bussava alla mia porta chiunque: giovane e meno giovane, ricco o povero. Tutti erano accomunati da una sola caratteristica: l’essere impicciati. E io mi spalancavo di fronte a tali impicci: spalancavo la testa, le orecchie, le gambe, il culo, la bocca. Qualunque cosa servisse, diventavo accoglienza e comprensione. Mi parlavano di sé, delle mogli e fidanzate, delle ex compagne, per ore e ore, nell’oscurità più oscura, nell’umido della mia stanza poco illuminata, e mentre incrociavamo i colpi, le cosce, i ritmi, godevo della loro voglia di sfogare la malasorte.
Ogni orgasmo era prendere su di me i peccati del mondo. Peccati veniali, roba da quattro soldi, che le mie labbra spalancate potevano accogliere, succhiare, adorare. Alcuni di loro avevano una nube intorno alla fronte, che cercavo di levare con carezze e sussurri durante l’amplesso, grida feroci quando venivo, stringendo forte il loro pene con le pareti della vagina. Altri parlavano, parlavano, si parlavano addosso. A volte le loro inquietudini erano le mie inquietudini, ma sapevo di avere più forza. Sulle spalle, sul collo, il peso della solitudine, delle relazioni rotte. Sulla schiena sperma caldo, nel culo la rabbia provata. E poi, e poi, e poi. Tenersi per mano, intrecciando le ginocchia, baciarsi forte, una presa sul collo. E poi, e poi, e poi. Gridare quanto è bello e godere, godere del potere di prendersi tutto addosso, tutto dentro, liberarli dai mali. Ascoltare poi ancora fiumi di parole, mentre si vorrebbe solo dormire. Carezzarne la pelle all’infinito.
Che mi rimane, chiederete voi. Mi rimangono la forza, mi rimangono gli orgasmi, mi rimangono le storie, mi rimangono la gratitudine, i sorrisi, a volte i regali. Mi rimangono pluralità infrante e saper fare di cocci rotti dei vasi interi.

Ho escluso solo l’amore, quello che ti devasta.