Barriere

Ti accarezzo da dietro un vetro, sento il freddo sotto le dita e il calore di te che attraversa il plexiglass. Mi invade il corpo, la testa, il ventre.

Mi ricordo di quando di notte il tuo corpo comprimeva il mio, non c’era luce, c’era solo il nostro ansimare, il freddo e lo scaldarsi.

E ora ciò che mi scalda in questo colloquio è il tuo sorriso, e tutto il nostro amore che supera i vetri. Mentre la mia mente va all’ansia di non sapere quando mai ci rivedremo, quando mai saremo di nuovo stretti e vicini, quando mai potremo riabbracciarci.

Penso che non immaginavo niente di tutto questo, quando quella volta mi avevi baciata, e ti avevo preso per mano e poi eri stato così carino e gentile che anche se non cercavo niente ho iniziato ad amarti dal fondo del mio utero, ed è stato più potente della testa che voleva essere libera.

Quando potremo toccarci, quando cadrà questo vetro di plexiglass, quando il nostro amore, quando i nostri corpi.

Vorrei mi fossi dentro, vorrei urlare, vorrei venire, vorrei che tu fossi mio, che io fossi tua, che il mondo fosse chiuso dentro il nostro incastro, i nostri corpi giovani, la nostra pelle liscia. Vorrei che tu venissi dentro di me, mi inondassi della tua felicità, come ora fai di parole belle, di descrizioni semplici, mentre mi parli di quella vita che vita non è.

Chissà se ancora mi pensi là dentro o ormai la tua mente va ad altro.

Ti ricordi il mio corpo? Ti ricordi i nei, le rughe, le pieghe?

Io ti racconto banalità, di spesa, di futuro, di quando sarai fuori. Cose pratiche, concerti, amici, libri e di quando ci hanno fatti conoscere, e di quanto le siamo grati.

E ti penso dentro quando esco dalla sala, quando sono fuori, e ho il cielo sopra di me. Non so come raccontarmi questa storia assurda, questa vita infame e la voglia di toccarti con la lingua piano e dappertutto che mi sale, come se potessi rifare con quella, quello che ho provato a farti con le parole del colloquio.

Ti rivoglio accanto.

Qui ed ora,

in questa

pingue

immane

frana.