Turno di mattina

Mentre preparo la postazione, poco dopo aver indossato le scomode scarpe da lavoro e i guanti, lo vedo passare che mi fa un cenno di saluto. Passa sempre. Io ricambio, con il sonno negli occhi e un mucchio di pensieri in testa. Ci ho pensato spesso a quella notte, ma era come cullarsi nella dolcezza di una scappatella che distrae dalla vita di tutti i giorni. Mio marito sempre più spesso non mi conta, torna a casa che profuma di altre donne, mi entra dentro stanco. Per lo più mi ignora.
Mi piacerebbe parlarne con qualcuno, ma la mia vita da moglie perfetta non deve essere scalfita. Marco penserà che sono una cagna qualsiasi, che apre le cosce al primo che passa. Beh, non lo so. Non mi capita così spesso di subire avance che si possano considerare rilevanti. Per lo più sto qua a lavoro, piegata su pesi troppo pesanti per quello che ho in testa, scoperei volentieri a casa, ma mio marito non c’è quasi mai e quando c’è mi eiacula veloce dentro prima di andare a lavoro o appena tornato. Poi ci sono i bambini e la solita frenesia. Vorrei quasi avere il coraggio di dire a Marco di riaccompagnarmi a casa, ogni tanto. Oggi è mattina e quando tornerò i bambini saranno ancora a scuola.
Il pensiero mi sbatte in testa tutta la mattina, dall’alba in poi. Vorrei dirglielo, ma non so come. Non ho nessuno con cui confidarmi, qui. Il pettegolezzo è sulla bocca degli stupidi, e qui di stupidi e stupide è pieno. Ormai sono passate tre settimane da quando è successo, ma sicuramente se lo chiamassi penserebbe che è per quello. Il numero ce l’ho, devo solo fare lo sforzo di scriverglielo.
Digito lentamente sullo schermo le parole che mi servono. La freccia per inviare la guardo per qualche minuto, sperando non passi nessun caposquadra mentre, sconvolta, non riesco a scollare gli occhi dal telefono. “Ciao! Ti va di accompagnarmi a casa dopo?”. Ecco l’ho fatto. Lo noteranno tutti se dovesse dirmi di sì, in tanti anni non è mai successo e poi prendo sempre il bus, che tanto è diretto, o torno con Erica. Lui non abita nemmeno così vicino, magari avrà di meglio da fare che riaccompagnare una donna sposata a casa.
Ricomincio a lavorare con un macigno enorme sullo stomaco che non va più giù. Come l’ovosodo del film. Ad un certo punto, Marco passa e mi dice solo “va bene”. Chissà che penserà di me. Il lavoro oggi è interminabile, infinito e tedioso più del solito. La catena di montaggio monotona, la vita scorre piano. Quando stiamo staccando mi sento il famoso uovo esplodere in pancia, quando entro in macchina con lui siamo imbarazzati entrambi, come ragazzini, e come una ragazzina inizio a parlare a raffica di quante cose ho da fare, dei posti in cui devo andare per i bambini, dal calcio al nuoto allo psicologo. Non mi fermo più in un flusso continuo.
Marco mi chiede solo come vada con mio marito, a gamba tesa. Non so che speri da questa mia apertura, non ci avevo pensato. Rispondo a mezza bocca, ma credo abbia capito che non è cosa. Con mio marito, ma anche con lui. Non so perché l’ho chiamato ma so che non voglio un’altra relazione.
Di fronte casa si ferma. “Vuoi un caffè?” chiedo io. Accetta. Parcheggia. Saliamo. Non c’è nemmeno il portiere oggi, forse è in pausa per pranzo. Saliamo i gradini, io davanti e sono certa che mi stia guardando il culo. Sono già bagnata. Apro la porta, lui mi spinge già al muro. Mi bacia, mi tocca, mi fruga.
Marco, come corre. Mi prende in braccio e mi porta sul divano. Gli dico di aspettare un attimo e gli porto un preservativo rimasto da chissà quanto in bagno. Mi spoglia tutta. Voglio che mi guardi, ora. Mi è costato assomigliare a quella che voglio essere. Mi è costato in labbra, in seno, ma soprattutto in dolore. Quella vertigine di anestesia che si ripete, in piccolo, a ogni strappo di ceretta sulle grandi labbra. E mio marito nemmeno mi scopre, quasi non mi tocca, si avvicina di rado. Marco mi guarda, mi prende in mano e in bocca i piedi, l’unico pezzo che odio di me, costretti in quelle scarpe dure, si induriscono a loro volta, non c’è pedicure che tenga. Eppure a lui sembrano piacere, come i seni sodi e alti che ho scelto di avere. Mi fa sentire bene stare con lui ora. Si spoglia anche lui e noto un tatuaggio sul fianco. Grande, insospettato. Anche il suo corpo è bello da vedere, da accogliere ora che apro le gambe. Mi riempe del tutto, quasi mi fa male.
– Sono stato un po’ irruento l’altra volta, perdonami.
Mi dice. Io sorrido.
– Se solo non fossi sposata cercherei tutti i giorni quell’irruenza, tesoro.
Anche lui sorride, mentre si muove dentro di me. Ho paura che possa affezionarsi, ma ho ancora più paura di potermi affezionare io. Questa volta veniamo insieme. Tengo con una mano il preservativo per tenerlo dentro di me ancora, il più a lungo possibile. Quando sguiscia fuori gli propongo il caffè promesso, poi lo congedo con un bacio e mi vado a fare una doccia e mettere gli abiti per casa.

Sono contenta, chissà se mi vedrà diversa mio marito.