“Se avessi una figlia la chiamerei Elettra. Tanto, spigolosa come sono, il padre se ne andrebbe di sicuro come il vento”.
Agnese pensava così in una uggiosa mattina di gennaio, non troppo fredda ma nemmeno con quei colori che certo freddo invernale sa dare al cielo su Roma. Insomma, una giornataccia, metereologicamente parlando.
Camminava, muoveva i fianchi già un po’ troppo larghi per la sua età con piglio nervoso, e aveva un’infinita lista di cose da fare in testa. La spesa, il lavoro, l’attività con l’associazione culturale di cui faceva parte, yoga per buttare giù il nervoso di un inizio causa sul lavoro che non aveva assolutamente voglia di affrontare. Continue reading
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La Madonna
Attesa. Aspetti qualcuno o qualcosa che ti si palesi e si faccia luce quasi fosse lamadonna. La madonna che porta l’estasi e che ti conduce oltre i cieli e la volta celeste stessa e ti porti la gioia a coprire tutta la noia del tran tran quotidiano.
Sbrodoli lamentele tutti i giorni, mentre pensi a chissà quando potrai affondare il tuo naso alla francese tra le sue gambe, scoprirne l’odore. Domani no, forse mai. Intanto t’inebri dell’odore che pensi di ricordare e le tue mani sentono la sua pelle liscia e morbida tra i polpastrelli. Pancia piatta e tesa da ragazzino.
Dormi non dormi, rimani nella veglia con sottofondo un pezzo industrial con tanti loop.
Ti alzi, valeriana fumo melissa.
Qualcosa, datemi qualcosa.
Dormire devo dormire devo dormire.
Bevi un bicchier d’acqua. Distrattamente ti accorgi della sveglia notturna che ti aspetta tra solo un paio d’ore e non hai manco le lacrime per farti inumidire gli occhi.
Bevi un bicchier d’acqua.
E se fossi incinta? E quell’orgasmo rubato alle nostre precarietà varrà poi la trafila di medici ospedale sangue e crampi? Non sarebbe stato meglio fare da sola?
Vi siete strusciati e vi siete scopati e tu nemmeno lo guardavi, non ne avevi troppa voglia. Luce spenta e va bene essere scopata da dietro.
E ora?
L’insonnia, non ricordarsi gli odori, voglia di farsi mettere le mani addosso e paura.
Ansia per il futuro, e se lo volessi tenere?, tanto non è mica possibile.
Turni massacranti e il contratto senza maternità. Non che ti sia mai interessata l’idea d’essere madre, ma sapere di NON poterlo essere ti fa stare male.
Torni sul letto, sfatto dalla troppa agitazione e dal tuo non volerlo rifare mai.
Mentre finalmente ti addormenti con sospiri lenti e profondi arriva finalmente la luce, eccola!, la Madonna! La Madonna delle agitate t’illumina e ti scalda il ventre talmente tanto che suona la sveglia mentre tu apri gli occhi perché stai venendo.
E’ notte, ma già devi andare a lavorare. La madonna ti guarda, strizza un occhio di incoraggiamento e si mordicchia il dito con cui t’ha illuminata.
Tutto il dissesto metropolitano
Sono sull’autobus, traballa mentre distrattamente mi mordo il labbro inferiore, come a sottolineare un pezzo di me che amo.
Persa nei miei pensieri mi rendo conto che, di nuovo, lo sto pensando.
Se ne accorge prima il mio corpo della mia testa, intenta a seguire albericasepersone che si susseguono al di fuori del finestrino.
Risento le sue dita lunghe e fine passarmi sulla pelle e, come per caso, incontrare il metallo che mette tra parentesi il mio capezzolo. Poi ridiscendere e risalire, con l’aria di chi fa le cose con innocenza.
E le mie cosce, non più chiuse come le chiese quando ti vuoi confessare.
E i miei piedi che si allungano e si tendono come tutto il mio corpo, e il suo collo teso verso il soffitto.
Allora la mia clitoride si sveglia tra una buca e l’altra, credo proprio che un asfalto troppo liscio ucciderebbe la mia fantasia.
Non capita tutti i giorni, ma oggi ringrazio anche l’esser femmina nell’assenza di rigonfiamenti tra le gambe che renderebbero palesi e materiali a tutti i viaggiatori sull’autobus i miei pensieri.
Allora arrossisco, o comunque ho le guance in fiamme, a pensare a quei viaggiatori, a cosa gli nascondo. Mentre mi torna in mente quel letto, quell’umido, quelle mani, quel mio corpo, tutte le bugie che ci siamo raccontati per non scambiarci fluidi, che poi ci eravamo fatti troppe canne per averne e ci siamo svegliati con fauci secche e occhi gonfi.
E ci penso e accavallo di nuovo le gambe, i jeans strusciano sulla mia pelle.
Ancora qualche buca e vengo.
Colonna sonora:
Rino Gaetano, I sei ottavi.