Il mare d’inverno

Ingredienti:
precarietà, ansia, una tipa sui trenta, il trenino Roma-Lido, il mare di Ostia, un caffè, scorci da un film di Caligari.


La linea Roma-Ostia si è aggiudicata il premio di peggior linea pendolare d’Italia, il che è un bel traguardo. Dalla Piramide Cestia al mare torbido del litorale romano ci mette però relativamente poco tempo, se tutto va bene.
Lei era seduta in disparte, col cellulare in mano e le cuffie nelle orecchie. Aveva bisogno di suoni forti e vibrazioni lungo il corpo, ma la radio passava solo musica commerciale. L’inquietudine trasmessa col battere nervoso del piede segnalava palesemente tutto quello che non andava nella sua vita. Il ragazzo che l’aveva lasciata per un’altra qualche giorno prima, il contratto della stanza scaduto, dopo che ci abitava da ormai un paio di anni, e il nuovo lavoro che le stava prosciugando affetti e socialità.

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Cerchi in aria

Il cerchio e’ quello spazio strambo che sta inscritto nella circonferenza e se te metti il peso del corpo sulla punta di un piede e poi lo usi come perno per girargli intorno descrivi una porzione di cerchio. E se ci metti dei pugni, prima, durante e dopo, esegui una figura della boxe.
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Il terremoto (ingialliti ricordi in occasione del giubileo)

Il cortile circoscritto per meta’ da un porticato strabordava oltre gli stretti confini spaziali fino ad avvolgere tutti gli altri edifici di mattoni rossi o tinte gialline e la basilica con la madonna in punta, immaginaria candelina su una torta di marmo.
Il cortile. Il motore immobile di quei luoghi, laddove la vita assumeva un significato gioioso, o almeno un po’ meglio rispetto al resto.
Le altre costruzioni assomigliavano ad un sobrio college inglese, ma piu’ povero, negli arredi, nella fantasia architettonica.
Il complesso costituiva per noi una sorta di fortezza, di castello, spaventevole nel suo insieme, ma non perfetto, piuttosto un progetto articolato, ma tracciato su un foglio poi accartocciato, pregno quindi di mille pieghe e spigolature.
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La Madonna

Attesa. Aspetti qualcuno o qualcosa che ti si palesi e si faccia luce quasi fosse lamadonna. La madonna che porta l’estasi e che ti conduce oltre i cieli e la volta celeste stessa e ti porti la gioia a coprire tutta la noia del tran tran quotidiano.
Sbrodoli lamentele tutti i giorni, mentre pensi a chissà quando potrai affondare il tuo naso alla francese tra le sue gambe, scoprirne l’odore. Domani no, forse mai. Intanto t’inebri dell’odore che pensi di ricordare e le tue mani sentono la sua pelle liscia e morbida tra i polpastrelli. Pancia piatta e tesa da ragazzino.
Dormi non dormi, rimani nella veglia con sottofondo un pezzo industrial con tanti loop.
Ti alzi, valeriana fumo melissa.
Qualcosa, datemi qualcosa.
Dormire devo dormire devo dormire.
Bevi un bicchier d’acqua. Distrattamente ti accorgi della sveglia notturna che ti aspetta tra solo un paio d’ore e non hai manco le lacrime per farti inumidire gli occhi.
Bevi un bicchier d’acqua.
E se fossi incinta? E quell’orgasmo rubato alle nostre precarietà varrà poi la trafila di medici ospedale sangue e crampi? Non sarebbe stato meglio fare da sola?
Vi siete strusciati e vi siete scopati e tu nemmeno lo guardavi, non ne avevi troppa voglia. Luce spenta e va bene essere scopata da dietro.
E ora?
L’insonnia, non ricordarsi gli odori, voglia di farsi mettere le mani addosso e paura.
Ansia per il futuro, e se lo volessi tenere?, tanto non è mica possibile.
Turni massacranti e il contratto senza maternità. Non che ti sia mai interessata l’idea d’essere madre, ma sapere di NON poterlo essere ti fa stare male.
Torni sul letto, sfatto dalla troppa agitazione e dal tuo non volerlo rifare mai.
Mentre finalmente ti addormenti con sospiri lenti e profondi arriva finalmente la luce, eccola!, la Madonna! La Madonna delle agitate t’illumina e ti scalda il ventre talmente tanto che suona la sveglia mentre tu apri gli occhi perché stai venendo.
E’ notte, ma già devi andare a lavorare. La madonna ti guarda, strizza un occhio di incoraggiamento e si mordicchia il dito con cui t’ha illuminata.

Tutto il dissesto metropolitano

Sono sull’autobus, traballa mentre distrattamente mi mordo il labbro inferiore, come a sottolineare un pezzo di me che amo.

Persa nei miei pensieri mi rendo conto che, di nuovo, lo sto pensando.

Se ne accorge prima il mio corpo della mia testa, intenta a seguire albericasepersone che si susseguono al di fuori del finestrino.
Risento le sue dita lunghe e fine passarmi sulla pelle e, come per caso, incontrare il metallo che mette tra parentesi il mio capezzolo. Poi ridiscendere e risalire, con l’aria di chi fa le cose con innocenza.

E le mie cosce, non più chiuse come le chiese quando ti vuoi confessare.

E i miei piedi che si allungano e si tendono come tutto il mio corpo, e il suo collo teso verso il soffitto.
Allora la mia clitoride si sveglia tra una buca e l’altra, credo proprio che un asfalto troppo liscio ucciderebbe la mia fantasia.

Non capita tutti i giorni, ma oggi ringrazio anche l’esser femmina nell’assenza di rigonfiamenti tra le gambe che renderebbero palesi e materiali a tutti i viaggiatori sull’autobus i miei pensieri.

Allora arrossisco, o comunque ho le guance in fiamme, a pensare a quei viaggiatori, a cosa gli nascondo. Mentre mi torna in mente quel letto, quell’umido, quelle mani, quel mio corpo, tutte le bugie che ci siamo raccontati per non scambiarci fluidi, che poi ci eravamo fatti troppe canne per averne e ci siamo svegliati con fauci secche e occhi gonfi.
E ci penso e accavallo di nuovo le gambe, i jeans strusciano sulla mia pelle.

Ancora qualche buca e vengo.

Colonna sonora:

Rino Gaetano, I sei ottavi.